Il progetto Eni-Seri Industrial punta a coprire oltre il 10% della domanda europea di stoccaggio entro il 2030
Eni, il colosso che per decenni ha pompato greggio, ha aperto ieri il cantiere per una fabbrica di batterie a Brindisi. Paradosso? Solo in apparenza. Dietro il sorriso green, c’è una scommessa industriale da 16 gigawattora all’anno che l’Italia non può permettersi di perdere, in un mercato europeo che secondo le stime di Wood Mackenzie crescerà da 36 GWh nel 2025 a circa 138 GWh entro il 2030. L’annuncio, riportato da Staffetta Quotidiana, segna un punto di svolta nella politica industriale italiana, ma i numeri e i precedenti raccontano una corsa a ostacoli dove i sussidi, da soli, non bastano a garantire il successo.
Il paradosso di Brindisi: dal greggio agli ioni di litio
Eni possiede il 50% più un’azione della joint venture. L’accordo di cooperazione con Seri Industrial risale all’ottobre 2024, segno che la diversificazione del cane a sei zampe non è un’improvvisazione dell’ultima ora. Ma non è il primo tentativo italiano di conquistare il mercato delle batterie. A poche centinaia di chilometri da Brindisi, un altro progetto ha già incassato assegni milionari e promesse europee.
Numeri a confronto: 16 GWh, 500 milioni e un mercato che scappa
Il cantiere di Brindisi non è l’unico segnale di risveglio. La fabbrica FIB di Teverola, in provincia di Caserta, mostra che l’Italia ci prova da anni. Qui, una linea pilota da 0,3 GWh – operativa dal 2021 sotto il marchio FAAM – produce celle LFP a sacchetto morbido da 50 Ah con sistema di gestione della batteria integrato. Una piccola officina della conoscenza, che però ha ottenuto la classificazione IPCEI, “Importante Progetto di Comune Interesse Europeo”, e con essa 500 milioni di euro in sovvenzioni pubbliche.
Numeri che fanno riflettere quando si leggono quelli del progetto complessivo: 16 GWh/anno di capacità totale entro il 2030, metà dei quali concentrati proprio a Brindisi, l’altra metà nell’impianto di Teverola 2. L’avvio del cantiere di Brindisi è quindi il primo passo visibile di un disegno più ampio, che secondo Eni coprirà più del 10% del mercato europeo dello stoccaggio stazionario. Ma il confronto con la domanda attesa – quei 138 GWh stimati da Wood Mackenzie al 2030 – lascia aperti interrogativi scomodi: 16 GWh sono una fetta significativa, certo. Ma saranno sufficienti quando il mercato esploderà? E a quale prezzo, considerando la concorrenza asiatica che già oggi domina la produzione di celle?
La corsa ai sussidi europei rischia di diventare un boomerang. Teverola ha incassato 500 milioni. Brindisi avrà bisogno di altre risorse. E mentre le betoniere si muovono, le domande sulla reale competitività restano senza risposta. Il progetto prevede una prima fase con oltre 8 GWh di capacità annuale, ma il salto da una linea pilota di nicchia a una gigafactory competitiva non è solo questione di metri quadrati e macchinari. Serve una catena di fornitura che oggi, in Europa, è ancora in costruzione.
Chi vince, chi perde e cosa manca ancora
Se i numeri promettono una fetta importante del mercato, il conto dei vincitori e dei vinti è ancora tutto da scrivere. I potenziali benefici sono chiari: occupazione nell’indotto, autonomia strategica nella produzione di sistemi di accumulo, riduzione della dipendenza dalle importazioni asiatiche. Ma ogni promessa industriale va soppesata con la domanda scomoda: con quali risorse e con che tempi?
La domanda europea di sistemi di accumulo a batteria, secondo quanto riportato da Eni, è destinata a passare da 36 GWh nel 2025 a circa 138 GWh entro il 2030. Un balzo che rende l’obiettivo di Brindisi ambizioso ma non irrealistico, almeno sulla carta. Il vero nodo è l’esecuzione: la capacità produttiva annunciata va costruita, collaudata, resa efficiente. E va difesa da chi, in Asia, produce celle LFP da anni con economie di scala irraggiungibili per un nuovo entrante europeo.
La joint venture tra Eni e Seri Industrial ha il pregio di mettere insieme capitali, competenze e un’eredità industriale che a Brindisi pesa più di qualunque piano strategico. Ma la distanza tra l’apertura di un cantiere e una fabbrica che funziona a regime si misura in anni, non in mesi. E in quegli anni, il mercato correrà. Con 16 GWh all’orizzonte, l’Italia si candida a diventare un hub europeo delle batterie. Ma basterà scavare fondamenta per non restare con le mani vuote quando la domanda esploderà?




