Il governo punta a 3 GW di batterie entro il 2030, ma l’asta di settembre ne copre solo un terzo
Il Portogallo ha un problema raro: produce fin troppa elettricità pulita rispetto a quella che riesce a immagazzinare. Nel 2024, secondo i dati dell’operatore di rete Redes Energeticas Nacionais, il 71% dell’elettricità consumata proveniva da fonti rinnovabili, per un totale di 36,7 TWh. Ma senza batterie, quella stessa abbondanza rischia di diventare un boomerang: quando il sole non c’è e il vento tace, la rete va in affanno e i prezzi oscillano pericolosamente. Per provare a uscire dal cortocircuito, il governo ha fissato per il prossimo 14 settembre un’asta per 1,05 GW di capacità di stoccaggio, dividendo la posta tra 750 MW di batterie stand-alone e 300 MW abbinati a impianti rinnovabili.
L’abbondanza che non si può usare
L’obiettivo nazionale, svelato lo scorso 29 giugno, è di arrivare a 3 GW di batterie entro il 2030. Nella Strategia nazionale di stoccaggio presentata quel giorno, il governo ha messo nero su bianco anche una tappa intermedia al 2040, ma i numeri restano modesti rispetto al fabbisogno reale. L’asta di settembre copre appena un terzo del target decennale. Un primo passo, certo, ma che lascia scoperta la gran parte del cammino. Nel frattempo, il Portogallo continua a macinare record di produzione rinnovabile, senza avere dove parcheggiarla. È un po’ come riempire una cisterna bucata: l’acqua entra in abbondanza, ma se ne va quasi subito.
Il paradosso sta tutto qui. Avere il 71% di elettricità verde è un vanto che si scontra con una rete rigida, pensata per le centrali fossili e non per l’intermittenza del sole e del vento. Senza stoccaggio, ogni eccesso di produzione deve essere esportato a prezzi stracciati o, peggio, tagliato. E ogni calo improvviso va compensato accendendo le centrali a gas, con costi che ricadono sulle bollette. Le batterie dovrebbero fare da cuscinetto, ma per ora sono più un progetto che una realtà.
Soldi ai comuni: l’asso nella manica (o il pacco?)
Il governo, però, sa che senza convincere i territori, le batterie restano sulla carta. E così ha escogitato un meccanismo che fa gola: nei progetti di stoccaggio autonomo, il 30% dei ricavi generati andrà direttamente ai comuni ospitanti; quando invece si sfrutta la capacità in eccesso della rete, la quota sale al 70%. Un sistema di condivisione dei ricavi che punta a trasformare le amministrazioni locali da possibile ostacolo a prime alleate della transizione. E non è tutto: i progetti agrivoltaici, che combinano pannelli solari e agricoltura, riceveranno un bonus del 20% durante l’asta, nel tentativo di coinvolgere anche gli agricoltori.
Detta così, sembra una trovata geniale. In pratica, rischia di creare una mappa a macchia di leopardo: i comuni con terreni più appetibili e reti già pronte faranno incetta di progetti e incasseranno cifre importanti, mentre quelli marginali resteranno a guardare. La logica è spietatamente mercantile: si premia chi ha già infrastruttura, non chi ne avrebbe più bisogno. E il bonus agrivoltaico, per quanto ben intenzionato, potrebbe rivelarsi poco più di una foglia di fico per progetti che, alla prova dei fatti, coltivano poco e speculano molto. Il governo scommette che la prospettiva di entrate certe basti a sedare le proteste e a far digerire ai sindaci impianti industriali nel proprio cortile. Se funzionerà, lo diranno i prossimi mesi, quando le prime offerte andranno a segno.
Il gigante spagnolo
Mentre il Portogallo sperimenta la via della spartizione territoriale, oltre confine la Spagna ha già fissato un target di 22,5 GW di stoccaggio al 2030, più di sette volte l’obiettivo portoghese. Un divario che non è solo numerico: attorno a quei gigawatt si stanno già muovendo capitali miliardari. L’asta italiana MACSE, per esempio, lo scorso settembre ha attratto investimenti per circa un miliardo di euro. In Spagna, dove le aste sono ancora più ambiziose, la posta in gioco è ancora più alta. Il Portogallo, con la sua timida asta da 1,05 GW, rischia di restare indietro nella corsa alla rete flessibile, quella che decide chi controllerà i prezzi dell’elettricità nel prossimo decennio.
Ora, per i comuni portoghesi si apre una caccia all’oro elettrico. Per chi riuscirà ad aggiudicarsi un progetto, il fiume di ricavi promesso dalla condivisione potrebbe trasformare un impianto di batterie in una rendita di lungo periodo. Per chi resterà fuori, invece, la transizione rischia di passare senza lasciare traccia, se non nel rumore lontano dei gigawatt che scorrono altrove.




