La Spagna ha già superato il 60% di energia da rinnovabili, l’Italia è in ritardo di otto anni sui target

«Siete disposti a bruciare la Gioconda per ottenere energia?». La domanda, posta con il cuore pesante, è arrivata nei giorni scorsi da 44 personalità della cultura che hanno scritto una lettera aperta a Greenpeace Italia, Legambiente e WWF Italia. Un quesito che suona come un sofisticato esercizio retorico da salotto, ma che stride con un altro numero, ben più concreto: 5,3 milioni di italiani vivono in povertà energetica. La risposta delle tre associazioni ambientaliste non si è fatta attendere, e ha ricordato che proprio la difesa del paesaggio e beni culturali è da sempre al centro delle loro battaglie. Ma il punto è un altro: mentre si dibatte di pale eoliche che deturpano l’orizzonte, 2,4 milioni di famiglie spengono i termosifoni perché non possono permettersi di accenderli.

Il teatro della contrapposizione tra cultura e rinnovabili è un classico della discussione pubblica italiana. Peccato che sia un falso dilemma, utile solo a chi ha interesse a rallentare la transizione. Il vero dramma è un altro, ed è misurabile: l’Italia è in ritardo di otto anni rispetto ai target 2030 sulle rinnovabili. Otto anni. Nel frattempo, il dibattito si arena su un Leonardo che nessuno ha mai minacciato, mentre le bollette continuano a salire e chi sta peggio si arrangia con coperte e caffè caldo.

La Spagna che ha scelto, l’Italia che rinvia

A poche ore di volo c’è un Paese che ha già deciso da che parte stare. In Spagna, come ha ricordato il primo ministro Pedro Sánchez lo scorso marzo, le rinnovabili rappresentano quasi il 60% della generazione di energia elettrica. Non è un obiettivo lontano: è il presente. E i risultati si vedono: il modello spagnolo basato sulle rinnovabili produce elettricità più economica, bollette più competitive, meno dipendenza dal gas. In Italia, invece, ogni anno che passa senza scelte chiare è un anno regalato alla volatilità dei mercati e alla povertà energetica.

Qualcuno obietterà che il contesto è diverso, che il sole spagnolo non è lo stesso, che il vento soffia altrove. Argomenti fragili, se si guarda ai numeri. La differenza vera non sta nella meteorologia, ma nella volontà politica: autorizzazioni più rapide, investimenti mirati, una strategia energetica che non cambia a ogni cambio di governo. Mentre Madrid accelera, Roma accumula ritardi e il gap si allarga. E il prezzo, come sempre, lo pagano i più vulnerabili.

5,3 milioni di riscaldamenti spenti

Perché la povertà energetica non è una statistica astratta. Secondo i dati più recenti, riguarda circa 5,3 milioni di italiani, cioè 2,4 milioni di famiglie che ogni giorno scelgono se mangiare o scaldarsi. E mentre i target slittano e i dibattiti si avvitano su questioni estetiche, la colonnina di mercurio continua a salire. Nel 2025 almeno il 95% dell’Europa ha registrato temperature annuali superiori alla media. Non è un’anomalia: è la nuova normalità.

L’Organizzazione meteorologica mondiale ha certificato che un’ondata di calore record di tre settimane ha colpito la Fennoscandia subartica, con temperature superiori ai 30 gradi vicino al Circolo Polare Artico. Trenta gradi sopra il Circolo Polare. Nel frattempo, il Mediterraneo si scalda più in fretta di qualsiasi altra regione del pianeta: la febbre che Greenpeace, Legambiente e WWF denunciano non è retorica, è un’accelerazione documentata che renderà le estati italiane sempre più estreme, con ondate di calore più lunghe, più intense, più mortali.

Resta una domanda scomoda, quella che nessuno a Palazzo sembra voler affrontare: cosa succederà a quei 2,4 milioni di famiglie che già non ce la fanno, quando l’estate 2026 porterà nuovi record? La Gioconda, per fortuna, non rischia nulla. Loro invece sì, e non è un dilemma retorico.