L’accordo ENEA-CNEL unisce le comunità energetiche al riciclo dei rifiuti elettronici

Mentre in Germania le comunità energetiche in Germania sfiorano le quattromila unità, l’Italia all’inizio del 2025 ne contava 212. Il rapporto è di quasi venti a uno, e basta a spiegare perché l’obiettivo di 5 GW di potenza installata entro il 2026 — fissato dall’Osservatorio ENEA per le comunità energetiche rinnovabili, annunciato lo scorso novembre 2023 — apparisse più un traguardo dichiarativo che un piano realistico. Poi, lo scorso 1° luglio, qualcosa si è mosso, e non nella direzione più prevedibile.

L’accordo ENEA-CNEL firmato nei giorni scorsi unisce due mondi che finora avevano viaggiato separati: le Comunità Energetiche Rinnovabili e i rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, i RAEE. È la prima volta che un’intesa istituzionale in Italia lega in un unico quadro la generazione distribuita di energia pulita e il riciclo dei dispositivi che quella stessa energia la consumano. Resta da capire se si tratti di una sterzata strutturale o di un annuncio destinato a restare tale.

Il ritardo italiano

I numeri non danno scampo. Nell’Unione europea esistono oltre 8.000 comunità energetiche, secondo il 10th State of the Energy Union report della Commissione, diffuso lo scorso novembre 2025. La Germania da sola ne assorbe quasi la metà. L’Italia, con le sue 212 CER censite a inizio 2025, rappresenta una frazione marginale — un paradosso per un Paese che tra il 2010 e il 2013 era stato il primo mercato fotovoltaico al mondo e che oggi arranca su tutto ciò che è generazione condivisa e prossimità.

Non è solo una questione di potenza installata. Le comunità energetiche sono un indicatore di maturità del sistema: misurano la capacità di aggregare cittadini, imprese ed enti locali attorno a un progetto comune, con ricadute che vanno dalla riduzione della povertà energetica alla stabilità della rete. Averne 212 significa che in un Paese di quasi 60 milioni di abitanti il modello non ha ancora attecchito, nonostante gli incentivi e le semplificazioni normative introdotte a partire dal 2024. Il ritardo non è solo rispetto alla Germania o alla Danimarca: è rispetto alla stessa ambizione italiana.

È dentro questo scarto che irrompe l’accordo di luglio, con un elemento che non ci si aspettava. Perché finora il dibattito sulle CER ruotava attorno a tre cose: autorizzazioni, tariffe incentivanti e coinvolgimento dei territori. L’intesa ENEA-CNEL ne aggiunge una quarta, che con l’energia c’entra ma non è energia.

Il valore nascosto dei RAEE

La vera novità dell’accordo è la valorizzazione del riciclo dei RAEE associati alle comunità energetiche. Tecnicamente si tratta di rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche: pannelli fotovoltaici a fine vita, inverter, batterie, contatori digitali, cavi, quadri elettrici. Tutti componenti che una CER produce o consumerà inevitabilmente, e che fino a oggi entravano nel ciclo dei rifiuti come qualunque altro scarto, spesso senza tracciabilità né recupero efficace.

Perché questo abbia una rilevanza strategica lo spiega la cronologia. L’Italia ha installato la gran parte dei suoi oltre 30 GW di fotovoltaico tra il 2010 e il 2013. I pannelli hanno una vita utile stimata tra i 25 e i 30 anni. Questo significa che a partire dal 2035-2038 un’ondata di moduli esausti comincerà a premere sul sistema di smaltimento. Nel frattempo, le nuove installazioni — quelle delle CER, per l’appunto — genereranno flussi più piccoli ma costanti di rifiuti elettronici. Agganciare il riciclo alle comunità energetiche significa attrezzarsi prima che il problema diventi emergenza, e farlo nello stesso perimetro amministrativo e fisico in cui l’energia viene prodotta e consumata.

Ma il punto è anche economico. Un RAEE ben gestito non è un costo: è una miniera urbana. Da un pannello fotovoltaico si recuperano silicio, argento e alluminio. Da una batteria agli ioni di litio, cobalto e nichel. Da un inverter, rame e terre rare. Se le CER italiane, con i loro 5 GW obiettivo al 2026, potessero contare su una filiera di recupero integrata e riconosciuta, il valore dei materiali di scarto potrebbe coprire una quota dei costi di gestione e manutenzione, migliorando la sostenibilità finanziaria delle comunità stesse. Non è poco, in un Paese dove la bancabilità dei progetti resta uno dei freni principali.

L’accordo ENEA-CNEL non entra nei dettagli operativi, e questo è un limite. Non dice, per esempio, se i RAEE delle CER avranno una corsia di trattamento preferenziale, né quali incentivi saranno riconosciuti a chi li conferisce correttamente. Ma stabilisce un principio: l’economia circolare non è accessoria alla transizione energetica, ne è un pilastro. E lo fa partendo da un soggetto — le comunità energetiche — che per definizione è radicato sul territorio e può diventare un presidio di raccolta e consapevolezza.

La partita europea

Questo approccio non è isolato ma neanche scontato. La Commissione europea ha più volte ribadito la necessità di un’integrazione di energia e circolarità, soprattutto nella revisione della direttiva sulle energie rinnovabili e nel regolamento sulle materie prime critiche. Ma tra le oltre 8.000 comunità energetiche censite nell’UE, quelle che integrano esplicitamente la gestione dei RAEE nel proprio statuto o modello di business sono una sparuta minoranza. La Germania, pur dominando per numeri, concentra l’attenzione sulla partecipazione finanziaria dei cittadini e sull’eolico comunitario, più che sul fine vita degli impianti.

Se l’Italia riuscisse a tradurre l’accordo di luglio in procedure operative — per esempio inserendo nei bandi regionali per le CER un punteggio premiale per chi dimostra una filiera di recupero tracciata, o obbligando i gestori a presentare un piano RAEE per accedere agli incentivi — si troverebbe in anticipo su un tema che presto o tardi toccherà tutti. Non sarebbe un vantaggio di scala, perché la scala resta modesta. Ma sarebbe un vantaggio di metodo, e in un mercato dove le regole europee si scrivono anche sulla base delle esperienze nazionali, contare qualcosa si può.

Resta il fatto che la distanza dalla Germania, in termini di pura potenza installata comunitaria, è abissale e non si colma con un accordo quadro. Viktor Bukovszki, analista di ABUD Ltd, ha ricordato lo scorso anno come la Germania da sola rappresenti quasi la metà di tutte le comunità energetiche dell’UE. Di fronte a numeri simili, l’Italia non può competere. Ma può specializzarsi: diventare il laboratorio in cui la transizione energetica e l’economia circolare smettono di essere due dibattiti separati e cominciano a misurarsi sullo stesso metro, quello dei materiali e dei costi.

Per ora abbiamo un accordo firmato e un obiettivo — 5 GW — che a metà 2026 resta lontano. L’elemento RAEE è l’unico che introduce una variabile nuova e potenzialmente differenziante. La domanda è se questa variabile si tradurrà in un metro di valutazione concreto. Perché se il successo delle CER si misurerà solo sui gigawatt, l’Italia continuerà a rincorrere. Se invece si comincerà a guardare anche a quanti chili di materiale recuperato entrano nel ciclo, allora il confronto potrebbe spostarsi su un terreno diverso. Più lento, meno spettacolare, ma più utile.

Il dato da tenere d’occhio, nei prossimi mesi, non sarà solo la potenza installata dalle comunità energetiche italiane. Sarà quante di queste comunità avranno integrato nei loro bilanci, o nei loro regolamenti, un capitolo dedicato ai rifiuti elettronici. Perché trasformare un RAEE da costo a risorsa di sistema è la vera sfida. Ed è la stessa che, tra dieci anni, dovranno affrontare tutti.