L’Italia non ha ancora installato una turbina eolica in mare

L'Italia non ha ancora installato una turbina eolica in mare

Le piattaforme galleggianti sono pronte ma gli iter autorizzativi bloccano ogni progetto

Lo scorso aprile un’analisi di QualEnergia ha messo nero su bianco ciò che gli addetti ai lavori sanno da tempo: l’eolico offshore in Italia è ancora una tecnologia sulla carta. Aste deserte, iter autorizzativi bloccati e un sistema di incentivi che non convince gli investitori tengono le pale lontane dai nostri mari. Il 4° Summit Italiano sull’Eolico Offshore, in programma il 2 luglio 2026 nell’Aula del Chiostro della Facoltà di Ingegneria dell’Università La Sapienza di Roma, proverà a smuovere le acque. Organizzato da ANEV, l’incontro presenterà uno studio della Sapienza su impatti economici, occupazionali e sociali dell’eolico offshore galleggiante. Ma perché proprio il galleggiante è la chiave di volta? E perché, nonostante la tecnologia sia pronta, l’Italia continua a perdere terreno?

La risposta comincia da un dato geografico che è anche una condanna e un’opportunità. Il Mar Mediterraneo è profondo: a poche miglia dalla costa i fondali scendono rapidamente oltre i 60 metri, limite oltre il quale le tradizionali turbine a fondazione fissa — quelle piantate sul fondale con pali o jacket — diventano economicamente insostenibili. Nel Mare del Nord, dove le profondità restano modeste per decine di chilometri, il modello fisso ha trainato la crescita esplosiva di paesi come Gran Bretagna e Olanda. Ma nel nostro bacino serve un’altra strada. È qui che entrano in gioco le piattaforme galleggianti: strutture ancorate al fondale con cavi in tensione o catenarie, capaci di sostenere turbine da 10, 15 e presto anche 20 MW in acque profonde centinaia di metri. Già nel 2021, una scheda tecnica ANEV indicava che l’eolico offshore ha un buon potenziale nel Mediterraneo proprio grazie alle nuove tecnologie flottanti. In Italia, invece, siamo fermi alle carte.

Perché il galleggiante cambia le carte

Per capire il vantaggio tecnico del galleggiante basta un’analogia. Le turbine a fondo fisso sono come palafitte: servono fondali bassi e terreni stabili. Le piattaforme flottanti sono più simili a boe oceanografiche di grande scala — stanno in equilibrio idrostatico, zavorrate sotto il pelo dell’acqua, e resistono a moto ondoso e correnti senza trasmettere carichi eccessivi al fondale. Questo le rende adatte a quasi tutto il Tirreno, allo Ionio e a buona parte dell’Adriatico meridionale, dove le profondità escludono le soluzioni fisse. Inoltre, il galleggiante consente di spostare gli impianti più al largo, riducendo l’impatto visivo dalla costa — uno dei principali fattori di opposizione locale ai progetti — e intercettando venti più costanti e produttivi. Il paradosso è tutto qui: la risorsa eolica italiana esiste, è tecnicamente accessibile, ma resta prigioniera di un quadro regolatorio che non riesce a tradurre il potenziale in megawattora.

Il gap autorizzativo e il disallineamento degli incentivi

I numeri raccontano una distanza che ha dell’imbarazzante. Il PNIEC fissa un obiettivo di appena 900 MW di eolico offshore al 2030 — una cifra che già nel 2021 appariva modesta rispetto alle ambizioni del Green Deal. Secondo un rapporto WindEurope di quello stesso anno, l’Italia avrebbe bisogno di installare almeno 7 GW di nuova capacità rinnovabile ogni anno per centrare i target europei. Negli ultimi anni, con gli attuali tempi di autorizzazione, la media installativa si è fermata a meno di 1 GW annuo — eolico, solare e tutte le altre fonti sommate insieme. Sette volte meno del necessario. Non è un problema di tecnologia o di siti disponibili: è un problema di iter.

Il cuore del blocco sta nella farraginosità dei processi autorizzativi e nella loro imprevedibilità temporale. Un progetto eolico offshore in Italia può richiedere anni di valutazioni ambientali, pareri di enti locali e sovrapposizioni di competenze tra Ministeri, Regioni e autorità portuali, senza una scadenza certa per la conclusione dell’iter. A questo si aggiunge un sistema di incentivi che non ha ancora trovato un equilibrio: le aste per l’assegnazione dei contratti per differenza — il meccanismo che in altri paesi europei ha sbloccato miliardi di investimenti — in Italia sono andate deserte o hanno offerto prezzi di esercizio troppo bassi per coprire i costi di impianti ancora nella fase iniziale della curva di apprendimento. Il risultato è che gli sviluppatori, pur avendo progetti pronti, non presentano offerte, e le acque italiane restano vuote. Lo stesso documento ANEV del 2021 richiamava la necessità di «una transizione burocratica, consentendo agli operatori di fare il proprio lavoro e intervenendo con opere di velocizzazione e semplificazione sia rispetto all’iter autorizzativo, sia riguardo alla connessione alla rete». Parole rimaste in gran parte inascoltate.

Summit o semplice passerella?

Il summit del 2 luglio arriva dunque in un momento delicato. L’appuntamento, ospitato dalla Facoltà di Ingegneria della Sapienza, metterà sul tavolo numeri nuovi: lo studio universitario presentato durante l’evento quantificherà per la prima volta in modo organico gli impatti economici, occupazionali e sociali dello sviluppo dell’eolico offshore galleggiante in Italia. È il tipo di analisi che può dare sostanza alle richieste del settore, trasformando un auspicio tecnico in un dossier spendibile nei confronti del decisore politico. Ma il precedente non aiuta: già nel 2021 ANEV segnalava tutti i nodi che ancora oggi bloccano il comparto, e da allora la distanza da paesi come Gran Bretagna e Olanda — che pure operano in condizioni di vento più favorevoli — si è allargata anziché ridursi. L’Italia non può vantare le stesse potenzialità eoliche di quei paesi, ammetteva la stessa associazione, ma proprio per questo dovrebbe sfruttare al meglio la risorsa disponibile con policy mirate. Il rischio è che il summit resti una vetrina ben confezionata, piena di slide e buone intenzioni, mentre le pale galleggianti continuano a girare solo nei rendering dei progetti mai autorizzati.

La partita dell’eolico offshore si gioca sulla serietà delle policy, non solo sulla maturità della tecnologia. Le piattaforme flottanti sono pronte, la supply chain europea ha superato la fase dimostrativa, e i fondali italiani aspettano solo ancore e cavi. Ma senza un’accelerazione reale sugli iter e un sistema di incentivi che riconosca il valore di una filiera nascente, il potenziale resterà dov’è oggi: sommerso, come le fondamenta di una piattaforma mai costruita.

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