Il Tribunale Ue conferma il calcolo delle assegnazioni annuali di emissioni 2023-2030 sui target fissati dal legislatore.

Con l’arrivo del freddo di novembre molti hanno riacceso la caldaia, e ogni mattina milioni di europei fanno il pieno per andare al lavoro. Sono gesti che producono emissioni, ma non passano dal mercato del carbonio delle grandi industrie: sono regolati da norme che toccano da vicino la casa, l’auto, il cibo che mangiamo. Lo scorso 3 settembre il Tribunale dell’Unione europea ha respinto il ricorso con cui Global Legal Action Network (Glan) e Climate Action Network Europe (CAN-Europe) volevano rimettere in discussione le assegnazioni annuali di emissioni concesse agli Stati membri per il periodo 2023-2030. È una notizia di due mesi fa, ma il suo significato riguarda le scelte che arriveranno nei prossimi anni: quanto devono calare le emissioni dei settori quotidiani non lo decideranno i giudici, ma i governi.

Il 60% delle emissioni che passa da casa nostra

Il dato da cui partire è questo: i settori esclusi dal sistema Ets, cioè il mercato europeo delle quote di carbonio che riguarda soprattutto centrali e industria pesante, sono trasporti stradali, edifici, agricoltura e rifiuti. Insieme, secondo QualEnergia, valgono quasi il 60% delle emissioni di gas serra dell’Ue. In pratica la fetta più grande dell’inquinamento climatico europeo non esce dai camini delle acciaierie, ma da tubi di scappamento, impianti di riscaldamento, stalle e discariche.

Questi settori sono governati dall’Effort Sharing Regulation (Esr), il regolamento sulla condivisione degli sforzi. Con la revisione del 2023 l’Esr ha alzato dal 30 al 40% il taglio collettivo delle emissioni al 2030 rispetto al 2005, ripartendo lo sforzo tra i Paesi con obiettivi nazionali e assegnazioni annuali: una sorta di “budget” di emissioni che ogni Stato può consumare anno per anno. Il tutto si inserisce nella cornice della Legge europea sul clima, che già dal 2021 impone all’Unione di ridurre entro il 2030 le emissioni nette di almeno il 55% rispetto al 1990, in vista della neutralità climatica al 2050. Ma se gli obiettivi nazionali sono fissati e sembrano insufficienti, chi può contestarli?

Il giudice rimanda la palla alla politica

Le due organizzazioni hanno provato proprio questa strada. Glan, insieme a CAN Europe, ha avviato un’azione legale contro la Commissione europea sugli obiettivi di emissione al 2030 assegnati agli Stati membri. La vicenda era cominciata nell’agosto 2023 con una richiesta di riesame interno, respinta dalla Commissione a dicembre dello stesso anno; a febbraio 2024 è arrivato il ricorso davanti al Tribunale. L’idea di fondo era che le assegnazioni annuali 2023-2030 non fossero abbastanza ambiziose rispetto a quanto richiesto dalla crisi climatica.

Il Tribunale però ha ragionato su un piano diverso. Come si legge nel comunicato stampa della Corte di giustizia, la Commissione era tenuta ad applicare gli obiettivi di riduzione definiti dal legislatore e a calcolare le assegnazioni annuali secondo le regole della normativa di base. Non poteva né modificare quegli obiettivi né sostituirli con livelli di ambizione climatica diversi. Detto in parole semplici: la Commissione ha fatto i conti con i numeri che le erano stati dati, e non aveva il potere di cambiarli.

Ecco il paradosso. Le ONG chiedevano all’esecutivo europeo di fare di più, ma secondo i giudici l’esecutivo non poteva farlo, perché quei numeri li avevano scelti Parlamento e Consiglio. E i giudici, a loro volta, non sono entrati nel merito dell’adeguatezza scientifica dei target. Il risultato è che la responsabilità sui tagli di trasporti, edifici, agricoltura e rifiuti resta tutta in mano alla politica. Ma in che direzione sta andando, quella politica?

Obiettivi più alti, maglie più larghe

Sulla carta, verso l’alto. A marzo 2026 il Consiglio ha adottato una Legge europea sul clima modificata con un obiettivo vincolante del 90% netto al 2040. Nella pratica, però, ci sono diverse flessibilità. Secondo l’analisi del Climate Action Tracker, il nuovo obiettivo consente di raggiungere fino al 5% della riduzione tramite crediti di carbonio internazionali, cioè finanziando tagli fuori dall’Europa: una scelta che, a giudizio degli analisti, indebolisce il segnale per decarbonizzare in casa. Non solo: la Commissione europea ha proposto di ridurre più lentamente le emissioni nel mercato del carbonio Ue a partire dal 2031, e secondo quanto riporta il sito specializzato Carbon Brief gli analisti stimano che la proposta porterebbe circa 2 miliardi di tonnellate di emissioni in più dai settori Ets.

C’è poi una questione che va oltre questo singolo caso. Per le giuriste Christina Eckes e Maiju Mähönen, che hanno commentato la sentenza su il blog giuridico Verfassungsblog, la decisione «rischia di chiudere una delle poche vie» attraverso cui la società civile può chiedere al giudice europeo di valutare l’adeguatezza giuridica degli obiettivi climatici dell’Ue. La partita giudiziaria non è comunque chiusa del tutto: come ricorda Courthouse News, i ricorrenti hanno due mesi e dieci giorni dalla notifica per presentare appello alla Corte di giustizia, limitatamente alle questioni di diritto.

Cosa significa tutto questo per chi accende la caldaia o fa il pieno? Che il campo in cui si gioca la quota più grande dei tagli resta quello delle scelte quotidiane su riscaldamento, mobilità e consumi, e che le regole che lo governano non verranno corrette in tribunale. Se un Paese non rispetta il suo budget annuale, o se gli obiettivi si riveleranno troppo bassi, la correzione dovrà arrivare dai governi e dal legislatore europeo. Per questo conviene seguire da vicino le decisioni nazionali su edifici, trasporti e agricoltura, chiedersi che cosa promettono davvero i propri rappresentanti e, nel frattempo, tenere d’occhio un eventuale appello di Glan e CAN-Europe alla Corte di giustizia.