La temperatura media del triennio 2023-2025 è già a 1,48°C sopra l’era preindustriale, e la forchetta supera la soglia

Se la soglia di 1,5°C la superiamo comunque, che senso ha scegliere la lampadina a basso consumo, il fornitore di energia verde o l’elettrodomestico in classe alta? È un dubbio diffuso, e un rapporto dell’UN Environment Programme (UNEP) l’ha fatto tornare d’attualità. Secondo l’analisi pubblicata da REN21 il 3 settembre, che riprende le conclusioni dell’UNEP, il mondo supererà 1,5°C di riscaldamento globale anche nello scenario più ottimistico tra quelli valutati. A due mesi di distanza, quel documento ha cambiato il modo in cui si parla dell’obiettivo dell’Accordo di Parigi. Non lo ha reso inutile, però. Lo ha reso più concreto.

La soglia non è più un orizzonte lontano

La domanda più semplice da porsi è: quanto siamo vicini a quella soglia? La risposta è: moltissimo. Secondo i dati dell’Organizzazione meteorologica mondiale (WMO), la temperatura media del triennio 2023-2025 è di 1,48°C sopra l’era preindustriale, con un margine di incertezza di più o meno 0,13°C. In altre parole, la forchetta comprende già valori sopra 1,5°C. La WMO aggiunge un altro dato: gli undici anni dal 2015 al 2025 sono gli undici più caldi in tutti e otto i set di dati considerati. Non è un picco isolato, quindi, ma una tendenza che si è consolidata nell’ultimo decennio.

Per questo l’UNEP, nel suo comunicato sul nuovo rapporto, scrive che l’aumento della temperatura globale supererà 1,5°C, probabilmente nei prossimi anni. Ma nello stesso testo il programma delle Nazioni Unite aggiunge che è possibile riportare giù le temperature e raggiungere gli obiettivi globali dell’Accordo di Parigi. Superare la soglia, insomma, non significa restarci per sempre. È qui che il discorso si fa interessante: se il traguardo è praticamente raggiunto, perché insistere?

La risposta più netta è arrivata dai Paesi che rischiano di più. L’AOSIS, l’alleanza dei piccoli Stati insulari, nella sua dichiarazione sul rapporto UNEP ha scritto che il documento «non deve essere interpretato come una ragione per abbandonare l’obiettivo di 1,5°C». Il motivo è semplice: ogni anno in più sopra 1,5°C aumenta i rischi per le persone, per gli ambienti naturali e per le economie, e rende più probabili impatti irreversibili. Contano la durata e l’entità del superamento, non solo il fatto che avvenga.

Metà dei nuovi impianti, un terzo dell’elettricità

Dalla temperatura passiamo agli strumenti. Qui le notizie sono, almeno in parte, buone. Secondo i dati dell’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (IRENA), nel 2025 le rinnovabili hanno aggiunto 693 GW di nuova capacità, pari al 49,5% del totale installato. Detto in modo più semplice: circa metà delle nuove centrali elettriche costruite nel mondo l’anno scorso funzionava con sole, vento, acqua o altre fonti rinnovabili. È la crescita più rapida mai registrata.

Il problema è che installare non vuol dire ancora produrre la maggior parte dell’energia. Sempre secondo IRENA, nel 2024 le rinnovabili hanno fornito solo il 31,7% dell’elettricità globale. Per centrare l’obiettivo di elettrificazione legato alla COP31 dovrebbero arrivare al 78% entro il 2035. Significa più che raddoppiare la quota in poco più di un decennio. Il contrasto tra questi numeri mostra il punto: la tecnologia c’è e si diffonde a ritmo record, eppure il divario resta ampio. La domanda diventa allora un’altra: che cosa frena davvero il cambiamento?

Il gesto conta, ma la struttura conta di più

Torniamo alla domanda iniziale: la lampadina giusta serve? Sì. Ma secondo REN21 il nodo principale è altrove. L’organizzazione sostiene che per troppo tempo l’azione per il clima si sia concentrata su misure individuali, lasciando in piedi molte delle strutture che alimentano la dipendenza dai combustibili fossili. Il ragionamento non vuole sminuire chi fa scelte attente in casa. Riconosce però che il peso maggiore sta altrove: nelle reti elettriche, nel modo in cui si produce e distribuisce l’energia, nelle regole che premiano una fonte rispetto a un’altra.

Non è un problema di soluzioni mancanti. «Abbiamo le soluzioni e le tecnologie per allontanarci dai combustibili fossili», ha detto Rana Adib, direttrice esecutiva di REN21. Il punto, dunque, è usarle per cambiare i sistemi, e non solo i comportamenti. È il paradosso di questa fase: gli strumenti esistono, crescono velocemente, ma da soli non bastano se intorno restano invariate le strutture costruite in decenni di energia fossile.

C’è poi un secondo aspetto, spesso trascurato. L’UNEP sottolinea la necessità di portare avanti insieme mitigazione e adattamento. Ridurre le emissioni serve a contenere il riscaldamento e a riportarlo giù. Adattarsi serve a proteggersi dagli effetti che stanno già arrivando. Le due cose non si escludono: se la soglia viene superata, entrambe diventano necessarie nello stesso momento.

Che cosa significa, in pratica, per chi legge? Che «abbiamo superato 1,5°C» non equivale a «è finita». Ogni frazione di grado e ogni anno in meno sopra la soglia riducono rischi concreti. Nei prossimi anni è ragionevole aspettarsi due tipi di intervento in parallelo: politiche che spingano l’elettrificazione alimentata da rinnovabili e misure per adattarsi ai rischi climatici. Il ruolo più utile del singolo, a questo punto, è avere un criterio chiaro per valutare le scelte energetiche, proprie e di chi governa. Non basta chiedersi se un gesto è «verde». Conviene chiedersi quanto contribuisce a cambiare la struttura del sistema energetico.