Il piano punta sull’ammodernamento degli impianti esistenti e fissa una prima tappa a 3 bcm entro il 2030
Dieci miliardi di metri cubi di biometano l’anno entro il 2040. È l’obiettivo che l’associazione turca di settore BİYOYATDER ha indicato per la Turchia, in una stima diffusa a metà settembre e riportata in un articolo di UkrAgroConsult del 17 settembre. Per dare una misura: a fine giugno 2026 l’intera Europa aveva una capacità installata di produzione di biometano pari a 8,2 miliardi di metri cubi (bcm) l’anno. Sulla carta, quindi, un solo Paese si propone di produrre in quindici anni più di quanto il continente sia oggi attrezzato a fare.
Più di tutta l’Europa, sulla carta
Il confronto va maneggiato con cautela, perché mette insieme due grandezze diverse. Il dato europeo, raccolto dalla European Biomethane Map curata da EBA e GIE, misura una capacità installata: quanto gli impianti esistenti potrebbero produrre in un anno. L’obiettivo turco è invece un volume di produzione atteso, e per di più al 2040. Secondo i dati della European Biogas Association, la capacità europea a fine secondo trimestre 2026 era cresciuta del 17% rispetto al 2025. Il riferimento, cioè, non è fermo.
Resta comunque un ordine di grandezza notevole. E resta una domanda: come fa un Paese che compra all’estero quasi tutto il proprio gas a mettere sul tavolo un volume simile? Secondo l’associazione, la risposta non sta tanto nel costruire impianti nuovi, quanto in quello che esiste già.
Il gas che c’è già, sotto i rifiuti
Il punto di partenza è la dipendenza. Come ricorda un’analisi dell’Atlantic Council, storicamente la Turchia ha importato quasi il 99% del proprio gas. In un sistema energetico così sbilanciato verso l’estero, ogni metro cubo prodotto in casa ha un valore che va oltre il prezzo: riduce l’esposizione verso i fornitori.
Il piano di BİYOYATDER non parte da zero. Secondo la fonte pubblicata il 17 settembre, la Turchia ha in funzione 101 impianti biogas e 97 impianti di gas da discarica. Gli impianti biogas trattano già circa 10 milioni di tonnellate di rifiuti organici l’anno. La materia prima, dunque, viene già raccolta e lavorata; quello che manca è il passaggio successivo, cioè la raffinazione del biogas in biometano, un gas con caratteristiche simili a quelle del gas naturale. È qui che si colloca la proposta: secondo l’associazione, l’ammodernamento delle infrastrutture biogas esistenti potrebbe consentire al Paese di arrivare fino a 10 bcm di biometano l’anno entro il 2040.
Il paradosso è solo apparente. Un Paese povero di gas fossile può avere, nei propri rifiuti e negli impianti che già li gestiscono, una base produttiva che finora è stata usata solo in parte. La distanza tra questa base e l’obiettivo, però, è tutta da colmare. Gli impianti ci sono, i rifiuti anche: resta da capire a quale ritmo e a quale costo l’ammodernamento può trasformarsi in volumi reali immessi nel sistema.
La tappa del 2030 come banco di prova
Le stime di BİYOYATDER fissano anche una scansione temporale. Con ammodernamenti sistematici, la produzione annua di biometano potrebbe salire a circa 3 bcm entro il 2030, 5 bcm entro il 2035 e 10 bcm entro il 2040. La curva non è lineare: la crescita più forte è concentrata nell’ultimo quinquennio, quando il volume dovrebbe raddoppiare. Sul fronte climatico, l’associazione stima che gli impianti ammodernati, se operassero a pieno regime, potrebbero ridurre le emissioni fino a 30 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente l’anno. Anche qui la condizione conta: “a pieno regime” è lo scenario migliore, non una previsione.
Poi c’è il prezzo. Secondo un rapporto dell’Ifri pubblicato a giugno 2026, il costo di produzione attuale del biometano è stimato in media tra 75 e 80 euro per megawattora. È una stima di costo, non un prezzo di mercato, ma dà l’idea di quanto il biometano debba ancora fare per competere con il gas fossile.
Infine il contesto europeo, che per la Turchia non è un dettaglio. Dal 1° gennaio 2026, come ricorda uno studio dell’Istanbul Policy Center della Sabancı University, l’Unione Europea applica un prezzo del carbonio sulle importazioni di alcuni prodotti, il meccanismo noto come CBAM. È una delle variabili che rendono le emissioni un costo concreto per chi esporta verso l’Europa, e che contribuiscono a dare peso economico a ogni riduzione.
Ma la prima tappa, 3 bcm entro il 2030, è raggiungibile? Mancano poco più di tre anni, e il ritmo di riferimento lo dà proprio l’Europa, che nel periodo misurato fino a giugno 2026 ha aumentato la propria capacità del 17% in un anno.
Il numero da tenere d’occhio è quello: 3 bcm nel 2030. Se la Turchia si avvicinerà a quella soglia, l’obiettivo dei 10 bcm smetterà di essere una proposta di settore e diventerà una traiettoria credibile. L’altro metro di confronto resta la capacità europea, oggi a 8,2 bcm, con cui ogni passo turco andrà misurato.




