La roadmap punta a 10 miliardi di metri cubi potenziando gli impianti, ma mancano norme sull’immissione in rete.
La Turchia conta 101 impianti di biogas e 97 di gas da discarica. Secondo l’associazione di settore Biyoyatder, con il loro potenziamento il Paese potrebbe arrivare a produrre fino a 10 miliardi di metri cubi di biometano rinnovabile all’anno entro il 2040. È il dato al centro di una roadmap ripresa da gasworld a metà settembre. Il problema è un altro. Nel febbraio 2025 il regolatore dell’Energy Community aveva constatato che in Turchia non esisteva un quadro normativo per produrre biometano e immetterlo nella rete del gas. Il target è ambizioso, ma l’ultima fotografia disponibile mostrava una casella legale vuota. La proposta è circolata più di un mese fa e non è una notizia dell’ultima ora. Serve però a misurare quanto le ambizioni dichiarate siano lontane dalle regole che dovrebbero renderle possibili.
Dieci miliardi di metri cubi sulla carta
La logica della roadmap non prevede di costruire da zero. Si tratta di far rendere di più quello che c’è già: i 101 impianti di biogas e i 97 di gas da discarica che, secondo la fonte di settembre, risultavano operativi nel Paese. Biyoyatder indica una traiettoria a tappe: 3 miliardi di metri cubi (bcm) entro il 2030, 5 entro il 2035 e 10 entro il 2040. Ogni tappa è legata al potenziamento degli impianti esistenti.
Conta però come l’associazione formula la previsione. Nelle dichiarazioni riportate da un approfondimento di Daily Sabah sul potenziale del biometano, Biyoyatder parla di obiettivi “tecnicamente” possibili, Bio-CNG e Bio-LNG compresi. A una condizione: che gli impianti turchi lavorino alla loro capacità ottimale. È un “se” che pesa. Il punto non è solo quanto gas si possa produrre. Bisogna anche capire con quali regole quel gas possa essere venduto, trasportato e usato.
Il gas che non può entrare in rete
Qui la questione smette di essere tecnica e diventa normativa. Il rapporto dell’Energy Community Regulatory Board su biogas e quadro regolatorio, pubblicato nel febbraio 2025, lo scriveva senza giri di parole: in Turchia non c’è un quadro normativo per la produzione di biometano e per la sua immissione nella rete del gas. Il documento indicava proprio questa assenza come l’ostacolo centrale alla roadmap di Biyoyatder. Senza regole il biometano resta dentro gli impianti. Mancano un accesso definito alla rete, standard di qualità condivisi e un mercato in cui collocarlo. Le fonti che rilanciano la roadmap non dicono se da allora la lacuna sia stata colmata.
Eppure la promessa politica del biometano punta in alto. Secondo quanto riportato da Anadolu Agency, un uso più ampio di gas rinnovabile potrebbe ridurre la dipendenza turca dalle importazioni di combustibili fossili, soprattutto nei trasporti e nella logistica. La stessa fonte cita un valore di fino a 30 milioni di tonnellate l’anno se gli impianti operassero a piena capacità. Dal testo non è chiaro a cosa si riferisca esattamente quella cifra, ed è meglio non caricarla di significati che non ha.
Per capire quanto sia ampio il margine, conviene guardare alla storia delle importazioni. Già nel 2014, come ricostruisce un’analisi dell’Atlantic Council sulla diversificazione del gas turco, la Turchia importava 6,08 miliardi di metri cubi dall’Azerbaigian, a fronte di 26,97 dalla Russia. Dieci anni dopo, nel 2024, Mosca forniva ancora circa 21,57 miliardi di metri cubi, pari a circa il 41% delle importazioni totali. Messi accanto a questi numeri, i 3 bcm ipotizzati per il 2030 non sono trascurabili. Valgono però solo se quel gas può davvero sostituire quello importato. Altrimenti si fermano a una stima di capacità.
Misurarsi con l’Europa
Allargando lo sguardo, si vede che anche dove le regole esistono il divario tra obiettivi e produzione reale resta ampio. Stando alla pagina della Commissione europea dedicata al biometano, i Paesi dell’UE hanno comunicato piani per arrivare a 26 miliardi di metri cubi l’anno entro il 2030. Nel 2024 però la produzione si fermava a 3,93 bcm, circa il 4% dei 101 bcm di LNG importati. La distanza tra annuncio e attuazione non è quindi un’esclusiva turca. Cambia il punto di partenza: in Europa si discute di come accelerare, in Turchia, almeno stando al quadro descritto nel 2025, mancava la porta d’ingresso.
Su scala regionale il potenziale turco non è marginale. Secondo una stima riportata da Türkiye Today, il biometano del Paese potrebbe valere fino a 50 terawattora l’anno. Resta però un’ipotesi, legata a impianti che lavorino al meglio e a un mercato che sulla carta non era ancora stato disegnato.
Resta allora da capire chi debba muoversi per primo. Il legislatore turco potrebbe scrivere le regole di accesso alla rete prima di vedere gli investimenti. Oppure gli operatori dovrebbero potenziare gli impianti senza sapere se potranno vendere il gas in rete. Ciascuno ha buone ragioni per aspettare l’altro. Il biometano turco esiste negli impianti e nelle proiezioni, ma, almeno secondo l’ultima ricognizione del regolatore, non ancora nella legge. Il 2030, prima tappa della roadmap, è a poco più di tre anni di distanza. Nel 2024 il gas russo pesava ancora per circa il 41% delle importazioni. Che il potenziale sia reale nessuno lo mette in dubbio. Non si sa invece per quanto tempo potrà restare soltanto un potenziale.




