La sentenza sposta sui piani urbanistici comunali il peso delle scelte, ma i sindaci non possono fermare tutto

Trecentosettantamila ettari. Su una superficie di 24mila chilometri quadrati, è questa la porzione di Sardegna che, come ha scritto a fine agosto L’Unione Sarda in un’inchiesta sull’urbanistica, è in predicato per essere occupata da pale e pannelli: un sesto dell’Isola. Il paradosso sta altrove. La Corte costituzionale, che in passato aveva bocciato la moratoria regionale sugli impianti, con la sentenza 127 dello scorso 16 luglio ha offerto ai territori un appiglio inatteso. Secondo la lettura del quotidiano, quella pronuncia dimostra che l’unico argine alla speculazione è l’urbanistica. La sentenza è di luglio e il dibattito sui piani comunali ha preso forma da fine agosto. Non è quindi una notizia di queste ore,
ma una partita che non si è chiusa.

Un sesto dell’Isola sulla carta

Da dove arriva quel numero? Non da una decisione regionale, ma da una legge dello Stato. È il 15,41 per cento delle terre sarde, la quota che lo Stato, con la legge 4/2026 sulla Transizione energetica 5.0, ha classificato come aree idonee. Il termine è tecnico ma ha conseguenze concrete. Nelle aree idonee la realizzazione degli impianti è favorita, e il quadro normativo è pensato per accelerare le autorizzazioni, non per frenarle.

Bisogna però distinguere tra mappa e realtà. Che un terreno sia classificato come idoneo non significa che domani ci sarà un impianto. Significa che, se un operatore lo chiede, avrà una strada più agevole. La domanda allora è doppia. Quanto spazio resta alla Regione, se la cornice l’ha già disegnata Roma? E quanto pesano le richieste degli operatori?

50 GW di domande, 6,2 GW di tetto

Sul secondo punto i numeri sono netti. Secondo i dati forniti da Terna, in Sardegna ci sarebbero richieste per impianti da fonti rinnovabili per oltre 50 GW di potenza. Il dato è stato richiamato nel dibattito in Consiglio regionale sulla proposta Pratobello 24. Dall’altra parte c’è il limite che la presidente Todde aveva concordato con il ministro Pichetto Fratin: 6,2 GW. Le domande sono dunque circa otto volte il tetto politico. Per i promotori della proposta, già quei 6,2 GW erano troppi.

Va detto che una richiesta di connessione non è un impianto in costruzione. Molti progetti restano sulla carta, altri vengono ritirati o bocciati. Ma il volume misura la pressione che si scarica sul territorio. E la via più diretta per contenerla si era già chiusa: la legge regionale che introduceva una moratoria sulla realizzazione degli impianti da fonti rinnovabili è stata bocciata dalla Corte costituzionale. Il blocco per legge regionale, insomma, non ha retto. Resta da capire chi possa davvero dire di no.

La penna passa ai Comuni, ma con il freno tirato

La risposta, secondo la ricostruzione dell’Unione Sarda, arriva da luglio e porta ai municipi. Con la sentenza 127 il peso decisivo si sposta sulla classificazione urbanistica del terreno. Se a contare è la destinazione d’uso fissata nei piani, lo strumento in mano ai sindaci diventa il Piano urbanistico comunale, il PUC. È la stessa Corte che aveva cancellato lo stop regionale a riconoscere, di fatto, un ruolo centrale alla pianificazione locale.

Alcune amministrazioni hanno colto subito il segnale. «Mettere una pietra tombale sulla speculazione energetica è nel nostro programma. Noi lo facciamo riprendendo in mano il Puc», ha dichiarato Gianna Masu. Sulla stessa linea Daniela Falconi: «La Sardegna deve difendere il proprio territorio da ogni forma di speculazione, dotandosi di regole chiare, capaci di governare le trasformazioni e non di subirle». Sono dichiarazioni politiche, non ancora atti. Riscrivere un PUC richiede tempo, competenze tecniche e passaggi amministrativi che i piccoli Comuni non sempre hanno a disposizione. Non è detto che i nuovi piani arrivino prima delle domande che intendono arginare.

C’è poi un limite di principio, che ridimensiona l’idea del PUC come diga. Come ha sintetizzato pv magazine commentando una pronuncia del TAR Sardegna sul fotovoltaico a terra, un Comune non può vietare per intero, con una clausola generale sull’uso agricolo, ciò che la legge statale considera ammissibile e che il legislatore vuole favorire per centrare gli obiettivi di decarbonizzazione. Tradotto: un piano che si limiti a dichiarare tutto il territorio agricolo intoccabile rischia di cadere al primo ricorso. Il margine dei Comuni esiste, ma è stretto. Passa per scelte motivate e circoscritte, non per divieti generalizzati.

Sullo sfondo resta un altro nodo giuridico. Secondo quanto riportato da QualEnergia in un’analisi sul ricorso relativo all’Umbria, la Corte costituzionale, dopo aver cancellato il divieto transitorio sardo, era chiamata a valutare anche la legittimità dell’individuazione astratta delle aree non idonee. Dall’esito di quella valutazione dipende quanto potranno spingersi le Regioni nel delimitare le zone escluse.

Il quadro che ne esce è tutt’altro che lineare. Lo Stato ha disegnato la mappa delle aree idonee. La Regione ha visto cadere la propria moratoria. I Comuni possono riscrivere i PUC, ma non vietare in blocco. Così la domanda di fondo resta senza risposta: chi stabilirà davvero dove finiranno pale e pannelli in Sardegna? Amministrazioni, imprese e agricoltori si muovono su un terreno giuridico instabile, in cui ogni piano e ogni progetto può finire davanti a un giudice.