Il progetto da 300 MW a Huelva ha ottenuto 304 milioni Ue, ma la valle punta a 2 GW.

Nell’ottobre 2024 Cepsa minacciava di accantonare il suo piano andaluso da 3 miliardi di euro per l’idrogeno verde, a causa dell’imposta spagnola sugli extraprofitti delle imprese energetiche. Poco meno di due anni dopo, lo scorso 17 settembre, a Palos de la Frontera, in provincia di Huelva, sono cominciati i lavori. Come ha raccontato Euronews nel giorno dell’avvio del cantiere, Moeve ha dato il via alla prima fase dell’Andalusian Green Hydrogen Valley, un progetto che l’azienda presenta come il più grande del suo genere in Europa. Tra la minaccia di fuga e l’apertura del cantiere c’è un passaggio che merita attenzione: che cosa è cambiato, le regole fiscali o la quantità di denaro pubblico sul tavolo?

Dalla minaccia al cantiere

Conviene mettere in ordine le date, perché raccontano già molto. La minaccia risale all’ottobre 2024: secondo quanto riportato all’epoca, Cepsa aveva dichiarato che avrebbe ritardato investimenti da 3 miliardi di euro in idrogeno verde nel sud della Spagna se la tassa temporanea sugli extraprofitti delle aziende energetiche fosse diventata permanente. Era, in sostanza, un avvertimento al governo: il fisco decide se gli impianti si fanno o no.

Poi, a marzo 2026, Moeve ha preso la decisione finale di investimento sulla prima fase, chiamata Onuba. E pochi giorni prima che le ruspe entrassero in azione, come ha comunicato il fondo Hy24, sono entrati nel progetto due nuovi partner strategici, Hy24 e COFIDES, con una quota complessiva del 29%. La sequenza è quella tipica dei grandi progetti energetici: prima si chiude la decisione, poi si completano i soci, infine si apre il cantiere. Resta la domanda di fondo. Se la minaccia di andarsene è rientrata, chi ha messo i soldi perché i lavori partissero?

Un miliardo, di cui 304 milioni pubblici

Il primo numero da guardare non è la capacità degli elettrolizzatori ma la quota pubblica. Onuba ha ricevuto 304 milioni di euro dal governo spagnolo attraverso il Piano di Ripresa, Trasformazione e Resilienza, finanziato dall’Unione europea con NextGenerationEU. Il progetto, secondo Moeve, comporta un investimento complessivo di oltre 1 miliardo di euro, comprese le infrastrutture collegate e un impianto fotovoltaico per l’autoconsumo. Tradotto: grosso modo tre euro su dieci arrivano da risorse europee. Non è un’anomalia, è il modo in cui l’Europa ha scelto di far partire questo settore. Ma è un dato che pesa quando si parla di «più grande progetto d’Europa».

Poi ci sono le dimensioni reali. La prima fase prevede inizialmente 300 megawatt di capacità di elettrolisi, con l’opzione di aggiungerne altri 105. L’intera valle andalusa, invece, è stata progettata per arrivare fino a 2 gigawatt, secondo quanto riportato da Enerdata sulla base delle informazioni di Moeve. Quello che si sta costruendo, quindi, è circa un sesto dell’obiettivo annunciato; anche esercitando l’opzione, si arriva a poco più di un quinto. Il resto, per ora, sta nei piani.

Le stime di produzione e di impatto sono dell’azienda. Moeve prevede che l’impianto produrrà circa 45.000 tonnellate di idrogeno rinnovabile all’anno, evitando circa 250.000 tonnellate di emissioni di CO₂ annue. Sull’occupazione, sempre secondo Moeve, il progetto creerà più di 8.000 posti di lavoro diretti, oltre a quelli indiretti e indotti lungo tutta la catena del valore. Sono cifre plausibili per un’opera di questa scala, ma vanno lette per quello che sono: proiezioni di chi costruisce, non dati verificati a consuntivo. E i posti diretti si riferiscono alle fasi di sviluppo, costruzione e avvio, cioè in buona parte a un periodo limitato.

Infine, la compagine societaria. Moeve guida il progetto con il 51%; Hy24 e COFIDES detengono insieme il 29%; Enagás Renovable e Alter Enersun controllano il restante 20%. La presenza di COFIDES e di Enagás Renovable dà al progetto una sponda istituzionale e infrastrutturale accanto ai capitali privati. Lo scarto tra i 300 megawatt in costruzione e i 2 gigawatt della valle, però, rimane il punto aperto: da cosa dipenderà il resto?

Chi costruisce, chi si ferma

A Huelva si costruiscono 300 megawatt. Nello stesso Paese, Repsol ha messo in pausa i suoi progetti di idrogeno verde con una capacità di elettrolisi di 350 megawatt, come la compagnia ha spiegato a Reuters, citando un contesto normativo sfavorevole. Il confronto è eloquente: un’azienda apre un cantiere di dimensioni simili a quelle che un concorrente ha deciso di congelare, e la differenza non sta nella tecnologia ma nelle condizioni economiche e regolatorie intorno.

Il dato strutturale, del resto, è noto: l’idrogeno verde in genere non è competitivo senza sussidi. Il cantiere di Palos de la Frontera, quindi, è un risultato industriale concreto, ma non dimostra che il settore stia in piedi da solo. Dimostra che con 304 milioni di fondi europei e un consorzio solido un impianto da 300 megawatt si può avviare. È una cosa diversa.

Il primo pezzo della valle europea dell’idrogeno è stato posato con denaro pubblico, in un mercato dove almeno un grande operatore ha preferito fermarsi e dove le regole fiscali hanno già fatto vacillare piani miliardari. La domanda che resta riguarda tutti: imprese, lavoratori e contribuenti. Quando i fondi di NextGenerationEU saranno esauriti e il tema dell’imposta sugli extraprofitti tornerà sul tavolo, gli altri 1,7 gigawatt della valle andalusa verranno costruiti comunque? Oppure i numeri, senza sussidi, smetteranno di tornare?