L’eolico a terra rischia di restare sulla carta per i tempi autorizzativi oltre scadenza.

Due numeri, messi uno accanto all’altro, raccontano bene la situazione dell’eolico a terra in Italia. Il primo: dei 37,15 gigawatt di capacità che il regime di incentivi FER X può sostenere fino al 31 dicembre 2030, 16,5 sono riservati all’eolico onshore, cioè quasi il 45 per cento del totale. Il secondo: per ottenere l’autorizzazione a costruire un parco eolico a terra servono in media cinque anni. Non è una novità dell’ultima ora. Il quadro circola almeno da fine agosto, quando le cronache del settore eolico italiano lo hanno rimesso al centro dell’attenzione. I numeri da allora non sono cambiati. Il calendario invece sì, e a ogni mese che passa la distanza fra i due dati diventa più difficile da colmare.

16,5 gigawatt in cerca di un cantiere

Per capire il peso di quella quota bisogna partire dal perimetro del regime. Secondo l’analisi dello studio A&O Shearman sul decreto FER X, il meccanismo copre quattro tecnologie: fotovoltaico, eolico onshore, idroelettrico e impianti a gas da depurazione. L’orizzonte arriva al 31 dicembre 2030 e la capacità complessiva sostenibile arriva fino a 37,15 gigawatt. Di questi, 16,5 gigawatt sono destinati all’eolico a terra. Il resto si divide fra le altre tecnologie.

Accanto alla quota c’è il prezzo. Il regime fissa per l’eolico onshore una banda di strike price compresa fra 85 e 95 euro per megawattora. Conviene distinguere le due grandezze, perché misurano cose diverse. I gigawatt indicano la potenza installabile, cioè quanta capacità può entrare nel meccanismo. Gli euro per megawattora riguardano invece l’energia effettivamente prodotta: sono il riferimento di prezzo per ogni unità di elettricità che quegli impianti immetteranno in rete. Sulla carta l’offerta è ampia, e la banda di prezzo dà agli operatori un intervallo noto entro cui fare i conti. Resta da capire quanta parte di quei 16,5 gigawatt potrà davvero arrivare in tempo.

Cinque anni per un permesso, quattro per un incentivo

La disponibilità degli incentivi è solo una parte del problema. L’altra è il calendario. Secondo l’associazione di settore WindEurope, ottenere un permesso per un parco eolico a terra richiede in media cinque anni, a causa di quelle che l’associazione definisce strozzature strutturali. Non si tratta quindi di ritardi occasionali o di singoli dossier finiti in un cassetto. È un dato medio, legato al modo in cui funziona il sistema autorizzativo.

Messo accanto alla scadenza del regime, il dato produce un risultato poco intuitivo. Da oggi, fine ottobre 2026, al 31 dicembre 2030 mancano poco più di quattro anni. Il ciclo autorizzativo medio, secondo WindEurope, ne dura cinque. In altre parole, la finestra degli incentivi è più corta del tempo che serve mediamente per ottenere un permesso. Un progetto che partisse oggi da zero, e seguisse i tempi medi, finirebbe l’iter quando il regime è già scaduto. Le risorse non mancano, e nemmeno la volontà di indicare una quota precisa per l’eolico. Mancano gli anni.

Questo non significa che la quota resterà necessariamente vuota. Una media è una media: alcuni progetti hanno tempi più brevi, e molti sono già in corso di autorizzazione da tempo, quindi più vicini al traguardo di quanto dica il dato aggregato. Significa però che a riempire la quota potranno essere soprattutto i progetti già avviati negli anni scorsi, quelli che hanno già fatto buona parte del percorso. Per gli altri il margine si riduce di mese in mese. Per questo la vera variabile, più del prezzo, è il tempo. Il prezzo diventa però un buon segnale per capire come gli operatori stanno leggendo la situazione.

Il numero da tenere d’occhio

Nei prossimi mesi conviene quindi guardare due cose. La prima è la quota: quanta parte dei 16,5 gigawatt riservati all’eolico a terra si presenterà effettivamente alle aste, con progetti autorizzati e pronti a competere. La seconda è il prezzo: dove si collocheranno le offerte dentro la banda da 85 a 95 euro per megawattora. Offerte vicine al limite superiore indicherebbero un mercato con pochi progetti pronti e poca concorrenza. Offerte più basse segnalerebbero invece una platea più ampia di impianti autorizzati in cerca di spazio. È un modo indiretto, ma concreto, per misurare se il collo di bottiglia autorizzativo si sta allentando o no.

Il confronto resta aperto, e i numeri da tenere a mente sono due: 16,5 gigawatt riservati, cinque anni di attesa media per un permesso. La domanda che il mercato dovrà sciogliere prima che il 2030 si avvicini troppo è semplice da formulare: quanta della capacità assegnata sulla carta riuscirà a diventare, in tempo, capacità autorizzata?