Aste 2025 ferme a 11,4 GW, un quinto del record precedente: i cantieri nascono dalle gare di ieri

L’eolico offshore costruisce più che mai, mentre i governi assegnano sempre meno. Il Global Offshore Wind Report 2026 di GWEC, pubblicato all’inizio di settembre, racconta un 2025 con numeri alti: 9,3 GW di nuova capacità connessa alla rete, 92,5 GW installati in totale nel mondo e turbine che per la prima volta superano in media i 10 MW. Accanto a questi dati c’è però un crollo: le aste governative del 2025 si sono fermate a 11,4 GW, un quinto del record dell’anno prima. Non è una notizia dell’ultima ora. A qualche settimana dall’uscita del rapporto conviene leggerlo come una fotografia del settore, e chiedersi che cosa dica sulla sua tenuta.

Il record che nasconde un vuoto

Per capire la portata del calo bisogna tornare all’edizione precedente. Nel comunicato con cui GWEC presentava i dati del 2024 l’associazione segnalava 56 GW di nuova capacità assegnati con aste governative, un record. Registrava anche altri 48 GW in costruzione nel mondo, un altro primato. Nello stesso comunicato compariva il dato che stonava: nonostante la quantità di progetti in fila, gli impianti effettivamente installati erano stati soltanto 8 GW.

Nel 2025 le aste sono scese a 11,4 GW, e GWEC usa senza giri di parole il verbo «crollare». Il motivo per cui conta è semplice. Un’asta non produce elettricità, ma è il passaggio che trasforma un’intenzione politica in un impegno: fissa chi costruisce, dove e a quali condizioni economiche. I cantieri aperti oggi sono il frutto di aste passate. Le aste mancate di oggi sono i cantieri che mancheranno tra qualche anno. Resta allora da capire che cosa raccontino davvero i 9,3 GW connessi nel 2025.

Terzo anno migliore, ma con un solo protagonista

Presi da soli, i numeri del 2025 sono buoni. I 9,3 GW allacciati alla rete fanno dell’anno il terzo migliore di sempre per nuove installazioni offshore: un risultato alto, non straordinario. Con questa aggiunta la capacità complessiva è arrivata a 92,5 GW alla fine del 2025, il 7,1% di tutto l’eolico installato nel pianeta. Secondo il calcolo di GWEC, è abbastanza elettricità per alimentare l’equivalente di 102 milioni di case. Cresce anche la taglia delle macchine: la turbina offshore media installata nel 2025 è di 10,3 MW, la prima volta oltre la soglia dei 10.

Se però ci si chiede dove si installi davvero, la risposta è quasi univoca. Dei 9,3 GW connessi nel 2025, 6,6 GW sono stati messi in esercizio in Cina, che guida le installazioni per l’ottavo anno consecutivo. Come riporta una sintesi dei dati GWEC su offshoreWIND.biz, con questi impianti il Paese è arrivato a 48,4 GW di capacità offshore totale. È più della metà del dato mondiale. Il resto del mondo, messo insieme, nel 2025 ha connesso meno di 3 GW. Il record apparente è quindi in larga parte un record cinese, e una crescita così concentrata dice poco sulla salute del settore là dove la politica va in un’altra direzione.

Due crisi in cinque anni, e Washington stacca la spina

L’argomento a favore dell’eolico offshore oggi è soprattutto un argomento di sicurezza. Come ricostruisce l’analisi pubblicata da Down To Earth, negli ultimi cinque anni il mondo ha attraversato due grandi crisi energetiche. La prima è seguita all’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. La seconda, più recente, è legata al conflitto in Medio Oriente e alla chiusura dello Stretto di Hormuz. Rebecca Williams lo riassume così: «in meno di cinque anni abbiamo affrontato due grandi crisi causate dalla continua dipendenza dai combustibili importati». L’eolico in mare, prodotto vicino alle coste di chi lo consuma, è una delle risposte più dirette a quella dipendenza.

Ma uno dei mercati che più avrebbero bisogno di diversificare sta smontando i propri progetti. Secondo la ricostruzione di Utility Dive, l’amministrazione Trump si è rivolta ai tribunali per revocare autorizzazioni alla costruzione già concesse a progetti da diversi gigawatt: Maryland Offshore Wind (2,2 GW), New England Wind (2,6 GW) e Revolution Wind (700 MW). In tutto sono 5,5 GW. Non si tratta di un’asta non bandita o di un obiettivo rivisto al ribasso, cioè delle normali oscillazioni della politica energetica. Qui un’amministrazione cerca di annullare atti vincolanti già emessi dallo stesso Stato, su progetti che avevano superato l’intero percorso autorizzativo.

Qui sta la differenza che conta. Un annuncio politico si può ritirare, e chi investe lo mette in conto. Un permesso di costruzione dovrebbe invece essere il punto fermo su cui si chiudono i finanziamenti, si firmano i contratti per turbine e navi, si pianificano porti e linee elettriche. A pagare la revoca sono anzitutto gli investitori, che hanno impegnato capitali sulla base di un atto che si scopre reversibile. Poi i territori costieri, che contavano su cantieri e catene di fornitura. Infine la sicurezza energetica, cioè proprio il motivo per cui due crisi avrebbero dovuto accelerare questi impianti. L’effetto va oltre i tre progetti coinvolti. Ogni sviluppatore che valuta un nuovo parco in mare deve ora chiedersi se un’autorizzazione già concessa valga ancora qualcosa.

Messi in fila, i dati del rapporto GWEC disegnano un settore che corre dove la politica lo sostiene con continuità e si ferma dove la politica cambia idea. Aste ridotte a un quinto in un anno, permessi contestati in tribunale dopo essere stati rilasciati: se questo diventa lo scenario normale, chi finanzierà i prossimi gigawatt quando arriverà la terza crisi energetica?