Le turbine sono quasi del tutto riciclabili, ma le pale restano difficili da recuperare.
C’è un numero che il settore eolico europeo cita poco volentieri: 325.000 tonnellate di rifiuti da pale ogni anno, in Europa, fino al 2050. Lo accompagna un dato che invece compare spesso nelle presentazioni: le turbine sono già riciclabili all’85-90%. Il problema è nel 10-15% che resta, e quella quota coincide quasi per intero con le pale. Da qui partono i due studi che i ricercatori dell’università olandese hanno pubblicato lo scorso agosto e che TU Delft ha presentato in un comunicato il 10 agosto 2026. Sono passati più di due mesi. Gli studi non sono quindi una novità, ma servono a capire dove si trova oggi il dibattito sulla circolarità dell’eolico.
Riciclabili all’85%, tranne la parte che conta
Il dato sull’85-90% è vero e va preso sul serio. Torri, navicelle e componenti metallici si recuperano con filiere già collaudate. Il documento di ETIPWind sul riciclo delle pale però riconosce che le pale sono una sfida a parte, per la complessità dei materiali con cui vengono costruite: compositi pensati per essere leggeri, rigidi e durevoli, e proprio per questo difficili da separare a fine vita. La percentuale aggregata è quindi corretta, ma non dice dove si concentra la parte che non si recupera.
La stima delle 325.000 tonnellate annue compare nella pagina del progetto LICHEN BLADES, che ricorda anche come una pala abbia una vita media di circa 25 anni e sia difficile da riciclare. Da qui nasce una domanda che con i target di circolarità c’entra poco. Se le pale durassero di più e fossero fatte di materiali diversi, quel volume di rifiuti cambierebbe? La prima risposta riguarda la superficie della pala.
Il gradiente che raddoppia la vita della pala
L’erosione superficiale delle pale è, secondo la letteratura tecnica sul tema, uno dei problemi più critici per lo sviluppo dell’energia eolica. A rovinare il bordo d’attacco basta la pioggia: miliardi di gocce che colpiscono a velocità elevata una superficie che ruota per anni. Più rapidamente la pala si consuma, prima va riparata o sostituita, e prima finisce tra i rifiuti di cui si parlava sopra.
Il primo studio arriva a un risultato poco intuitivo. Verrebbe da pensare che aggiungere particelle ceramiche al rivestimento della punta lo renda più resistente. I ricercatori di TU Delft hanno invece osservato che aggiungere “platelets” ceramiche tutte dello stesso spessore peggiorava la resistenza all’erosione da pioggia. Quello che conta è come vengono distribuite. Con un gradiente di platelets, cioè una distribuzione non uniforme, il tempo necessario perché l’erosione diventi visibile è raddoppiato. Il materiale di base non cambia: cambia la sua organizzazione su scala microscopica.
Il secondo studio riguarda la struttura della pala. Qui i ricercatori lavorano sulle fibre di lino, un’alternativa naturale ai compositi tradizionali, e le trattano con la biomineralizzazione batterica: alcuni batteri fanno crescere sulla superficie delle fibre particelle minerali chiamate dolomiti. Queste rendono ruvida la superficie e formano ponti tra fibre e filati adiacenti. I due lavori sono usciti su Advanced Science e su Advanced Materials. La tesi comune è che intervenire sulla struttura dei materiali a livello microscopico possa allungare la vita delle pale e migliorarne la sostenibilità. Entrambi fanno parte di LICHEN BLADES, progetto che secondo quanto riportato è finanziato da NWO nell’ambito del programma “Innovations for Wind and Solar Energy” (KIC). È quindi ricerca pubblica, con fondi pubblici. Resta però un limite evidente: un risultato di laboratorio non è una pala installata in mare.
Quando la riciclabilità diventa obbligo di fatto
Mentre l’università sperimenta con lino e dolomite, l’industria ha già qualcosa da mostrare. Siemens Gamesa ha lanciato RecyclableBlade, che nel suo comunicato sul lancio della pala riciclabile presenta come la prima pala eolica riciclabile al mondo pronta per l’uso commerciale offshore. Nello stesso testo il produttore scrive che dimostrare la riciclabilità sta diventando un requisito di mercato.
Bisogna capire che tipo di requisito sia. Dalle fonti disponibili non emerge un atto vincolante, una norma europea o nazionale che imponga pale riciclabili. Emerge invece una pressione commerciale: clienti, sviluppatori e committenti di progetti che cominciano a chiederlo. Le due cose sono diverse. Un requisito di mercato premia chi arriva per primo con una soluzione proprietaria e può esibirla nelle gare. Una regola pubblica fissa una soglia uguale per tutti e stabilisce come misurarla. Nel primo caso lo standard lo decidono di fatto i produttori più grandi. Nel secondo potrebbe contare anche la ricerca finanziata con fondi pubblici, come quella di TU Delft.
I tempi pesano. Le pale montate negli ultimi anni diventeranno rifiuto tra circa 25 anni, e le stime parlano di centinaia di migliaia di tonnellate all’anno. Le soluzioni tecniche esistono in parte sul mercato e in parte in laboratorio, dove si raddoppia la vita di un rivestimento e si irrobustiscono fibre naturali con i batteri. Non è chiaro chi deciderà quale di queste diventerà la norma. La riciclabilità potrebbe restare una scelta volontaria, legata a ciò che chiede chi compra, oppure diventare una regola scritta. Conviene che la decisione arrivi prima che quelle tonnellate finiscano davvero a fine vita.




