Il PD propone di raddoppiare il Conto termico per sostituire le caldaie a gas, il governo vuole scorporare gli ETS.

Una caldaia a gas brucia un combustibile il cui prezzo incorpora anche il costo delle emissioni di CO2. Una pompa di calore non brucia nulla in casa: usa elettricità per spostare calore dall’esterno all’interno. Su questa differenza poggia una delle proposte del PD su energia e clima, riportate da Repubblica il 5 settembre: 2 miliardi per raddoppiare il Conto termico e finanziare la sostituzione delle caldaie. Cambiare un apparecchio in una centrale termica domestica, in questa lettura, smette di essere una scelta di manutenzione e diventa una decisione di politica energetica. Dall’altra parte c’è il governo, che propone di intervenire non sugli impianti ma sul meccanismo con cui si forma il prezzo dell’energia.

Dalla caldaia alla pompa di calore: la leva sull’impianto

Il cuore della proposta, come la descrive l’analisi pubblicata da QualEnergia, è un capitolo da 2 miliardi «per rafforzare il Conto termico, per sostituire le caldaie a gas con le pompe di calore». Il Conto termico è lo strumento di incentivo pensato per gli interventi sugli impianti di riscaldamento: raddoppiarne la dotazione significa, in pratica, aumentare il numero di sostituzioni finanziabili. La logica è strutturale. Una famiglia che passa dalla caldaia alla pompa di calore riduce la propria esposizione diretta al prezzo del gas per gli anni di vita della macchina, non per una sola stagione.

Il bersaglio dichiarato è sociale prima ancora che tecnico. Secondo Schlein, l’obiettivo è aggredire «la povertà energetica che colpisce il 9% delle famiglie italiane». È un dato che sposta la discussione dal piano della transizione astratta a quello della bolletta mensile: quasi una famiglia su dieci, stando a questa stima, fatica a sostenere i costi dell’energia. Il limite dell’approccio, però, è evidente a chiunque abbia seguito un cantiere: sostituire un generatore richiede sopralluoghi, progettazione, a volte adeguamenti dell’impianto di distribuzione e manodopera qualificata. Sono tempi che si misurano in mesi, moltiplicati per centinaia di migliaia di abitazioni. Esiste un modo più rapido per alleggerire la bolletta senza entrare nelle case?

Agire sul prezzo, non sull’impianto: la mossa ETS

La risposta del governo va in questa direzione. Nel videomessaggio della presidente del Consiglio sulle bollette la linea è esplicita: «Noi vogliamo scorporare il costo degli ETS dalla determinazione del prezzo delle energie rinnovabili». ETS è il sistema europeo di scambio delle quote di emissione, che dà un prezzo alla CO2 prodotta dagli impianti fossili. L’idea è che l’elettricità generata da fonti rinnovabili, che non emettono, non debba trascinarsi dietro nel prezzo finale un costo legato alle emissioni altrui.

Il contrasto tecnico con la proposta del PD è netto. Lo scorporo degli ETS interviene sul segnale di prezzo: se funziona, il beneficio arriva a tutti gli utenti senza che nessuno debba toccare un tubo o un quadro elettrico. Il raddoppio del Conto termico interviene sulla tecnologia installata: il beneficio arriva solo a chi sostituisce l’impianto, ma resta incorporato nella casa. Le due strade non sono incompatibili, e anzi in teoria si rafforzano: una pompa di calore alimentata da elettricità più economica rende di più in termini di risparmio. Il problema è che entrambe attingono alla stessa riserva di risorse pubbliche.

Quattordici miliardi e un’apertura condizionata: cosa cambia per chi installa

Il perimetro economico della discussione, secondo QualEnergia, è di circa 14 miliardi di flessibilità di bilancio. È su questa cifra che il piano del PD costruisce le proprie voci di spesa, e su questa stessa cifra si gioca ogni alternativa. In un contesto in cui la flessibilità è finita, ogni euro destinato agli incentivi per le pompe di calore è un euro sottratto ad altri interventi, compresi quelli sul fronte tariffario.

Dal lato di Palazzo Chigi, l’apertura alle proposte dell’opposizione è stata formulata in termini prudenti. Come riportato da il video del Sole 24 Ore sulla risposta di Meloni, la formula è stata: «Se ci saranno proposte utili le prenderemo in considerazione». Non un rifiuto, ma nemmeno un impegno: una disponibilità a valutare, che lascia al governo la regia su cosa sia «utile». Le fonti disponibili, tutte risalenti a inizio settembre, non dicono quale sia stato poi l’esito di questo confronto, e sarebbe scorretto darlo per acquisito.

Per installatori, termotecnici e gestori di impianti la differenza tra le due leve non è ideologica, è di portafoglio ordini. Un Conto termico raddoppiato genera domanda di nuove macchine, progetti, collaudi e manutenzione per anni: lavoro distribuito, ma che presuppone una filiera pronta, con personale formato e disponibilità di apparecchi. Lo scorporo degli ETS, al contrario, può produrre effetti più rapidi sulle bollette ma lascia il parco caldaie esattamente com’è: nessun cantiere, nessun ammodernamento, nessuna riduzione strutturale della dipendenza dal gas negli edifici. Conviene allora pianificare investimenti, assunzioni e formazione sull’ipotesi di un incentivo rafforzato, o attendersi bollette alleggerite per via tariffaria e una domanda di sostituzioni ferma ai livelli attuali?

Il trade-off, alla fine, è concreto. Scorporare gli ETS può alleggerire il prezzo senza cambiare nulla negli impianti. Raddoppiare il Conto termico cambia gli impianti, ma richiede soldi, tempo e una filiera all’altezza. Per chi installa e gestisce, la domanda vera non è quale proposta sia più popolare, ma quale delle due generi lavoro e risparmi destinati a durare nel tempo.