Nel 2011 la Commissione europea apriva la procedura d’infrazione n. 2011/2026, convinta che la gestione di centrali idroelettriche costituisse un servizio fornito dietro retribuzione ai sensi della direttiva 2006/123/CE, la cosiddetta direttiva Bolkestein, e degli articoli 49 e 57 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Lo scorso 3 settembre, con la sentenza C-653/24 della Corte di giustizia dell’Unione europea, è arrivata una risposta che ribalta quella premessa: la direttiva Servizi 2006/123/CE non si applica ai piccoli impianti di derivazione idroelettrica, perché la loro attività consiste nella produzione di un bene — l’energia elettrica — e non nella prestazione di un servizio. Il paradosso è servito: ciò che Bruxelles considerava un servizio nel 2011, la Corte lo qualifica come un bene.

Il bene che non è servizio

Per capire la portata della sentenza C-653/24 bisogna partire dalla qualificazione giuridica. La direttiva 2006/123/CE si applica ai servizi, non ai beni. La Corte di giustizia ha ritenuto che i piccoli impianti di derivazione idroelettrica producano energia elettrica, e che la generazione di elettricità, in quanto produzione di un bene, non costituisce prestazione di servizi. Non è una sfumatura tecnica: è il fondamento su cui poggiava l’infrazione aperta dalla Commissione nel 2011. Se la gestione delle centrali non è un servizio ai sensi della direttiva Bolkestein, cadono i rilievi di incompatibilità con l’articolo 12 della direttiva 2006/123/CE e con il principio della libertà di stabilimento che Bruxelles aveva sollevato. A oltre un mese dalla pronuncia, il dibattito si è spostato su un punto preciso: se i piccoli impianti sono fuori dalla direttiva Servizi, perché il governo italiano continua a negoziare una «quarta via» per le grandi concessioni? La risposta sta nella scala del problema — e nella posta in gioco economica.

Piccoli impianti, grandi partite

L’entusiasmo degli operatori industriali nasce proprio da qui. Stefano Granella, ceo di Dolomiti Energia, ha commentato a il Dolomiti: «La pronuncia della Corte rappresenta un passaggio di grande rilevanza per il settore idroelettrico, perché contribuisce a fare chiarezza su un tema che negli ultimi anni ha generato incertezza tra operatori e istituzioni». La linea espressa dai giudici di Lussemburgo, sostiene Granella, potrebbe a questo punto giocare un ruolo anche nella più ampia partita legata alle grandi concessioni idroelettriche italiane. Non è un auspicio isolato. Il Corriere della Sera riferisce che A2A e i principali player industriali appoggiano la quarta via, con l’obiettivo di evitare che la gestione di queste enormi risorse idriche, dai ricavi altissimi, finisca in mano a soggetti internazionali. L’argomento dei fondi speculativi, in un settore con rendite elevate e lunghissime, è il vero campo di battaglia: da una parte chi vuole preservare il controllo nazionale delle dighe, dall’altra chi contesta una chiusura incompatibile con le regole europee.

La quarta via alla prova di Bruxelles

La partita vera, quindi, non è sui piccoli impianti ma su come Roma userà il precedente. Secondo la ricostruzione giornalistica, il governo sta trattando con Bruxelles per delineare una «quarta via» che garantisca un’assegnazione diretta delle concessioni al gestore uscente a fronte di un massiccio piano di investimenti. L’idea è semplice: niente gara, ma vincoli di investimento e ricadute territoriali. La compatibilità europea è tutto fuorché scontata. La sentenza C-653/24 esclude i piccoli impianti dalla Bolkestein, ma non dice che le grandi concessioni possano essere assegnate senza procedure competitive. Anzi, la pronuncia lascia un vuoto: se la produzione di energia non è un servizio, quale norma europea disciplina l’affidamento delle concessioni idroelettriche? E soprattutto, la libertà di stabilimento può tollerare un meccanismo che di fatto esclude i concorrenti internazionali? Sono le domande che il governo dovrà affrontare nel negoziato con la Commissione.

Il 3 settembre ha tolto a Bruxelles l’argomento Bolkestein sui piccoli impianti, ma non ha ancora detto se la quarta via per le grandi dighe reggerà in Corte. Tocca al governo trasformare una sentenza di principio in un negoziato vincolante. I gestori uscenti guadagnano tempo; i fondi internazionali restano alla porta.