Il 21,7% del territorio è tutelato, ma gli 80 GW di rinnovabili slittano al 2038.

Secondo gli indicatori ambientali Ispra, il 21,7% del territorio italiano — circa 6,5 milioni di ettari a terra — è coperto da aree protette; a mare si aggiungono 4,1 milioni di ettari, pari all’11,6% delle acque territoriali e della ZPE (Zona di Protezione Ecologica) italiana. Lo scorso agosto, il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica ha aggiornato l’elenco ufficiale delle aree protette, arrivate a 1.048, rispetto alle 871 censite nel 2010. Non è una notizia ambientale: è una notizia di target.

A livello cumulato, il settimo aggiornamento registra 3.356.239 ettari a terra e 2.868.914 ettari a mare, con 3.457 chilometri di costa interessati. Il sottosegretario Claudio Barbaro, per parte sua, ha sottolineato l’avanzamento della realizzazione delle nuove aree protette di Portofino, Matese e Costa dei Trabocchi. Se un quinto del territorio è tutelato, la domanda diventa: dove finisce la corsa agli 80 GW di nuova potenza?

La mappa che cambia

Il settimo aggiornamento dell’Elenco ufficiale è il punto di arrivo di un percorso che ha visto la partecipazione di Regioni e Province Autonome, con una ricognizione di tutte le aree protette italiane previste dalla legge 394 del 1991. Il numero che ne esce — 1.048 aree — non è solo un censimento: definisce il perimetro dentro cui l’energia può o non può entrare.

Il motivo è normativo. Il Testo Unico Rinnovabili, decreto legislativo n. 190/2024 integrato dal Dl 175/2025, prevede all’articolo 11-bis la salvaguardia di aree protette e siti Natura 2000 nella definizione delle aree idonee. Tradotto: dove c’è tutela, l’installazione di nuovi impianti si complica. Il 21,7% di superficie protetta non è quindi un dato neutro rispetto al target, ma un vincolo geografico che restringe il campo d’azione.

Il paradosso degli 80 GW

La tensione è facile da misurare. Tra il 2021 e il 2024 l’Italia ha installato 17,7 GW di rinnovabili, una media annuale di circa 4,4 GW. Secondo i calcoli di QualEnergia, a questo ritmo il Paese rischia di mancare il target di 80 GW di nuova potenza entro fine decennio e di arrivarci nel 2038, con otto anni di ritardo. Più tutela significa meno spazio per installare: il ritmo necessario per centrare l’obiettivo al 2030 è lontano dai 4,4 GW annui messi a terra finora.

Il paradosso non è solo italiano. Già alla fine del 2023, la copertura di aree protette raggiungeva il 26,4% del territorio dell’Unione Europea, con il 18,6% designato come siti Natura 2000 e il 7,8% sotto altre designazioni nazionali complementari. L’Italia è sotto la media Ue, ma il problema è il combinato disposto: tutela più ampia, autorizzazioni lente, opposizioni locali. Lo spazio che resta fuori dalle aree protette deve assorbire quasi tutta la nuova potenza.

Resta una domanda aperta. Se la naturalità rallenta gli impianti e però produce un valore — turismo, acqua, servizi ambientali — chi paga il conto della protezione e chi invece ci guadagna? La risposta non è scontata.

Chi paga la naturalità

Per Uncem, la risposta non è rallentare la protezione ma far pagare chi opera dentro i parchi. L’associazione ricorda che le aree protette comprendono il 36% dei Comuni montani italiani e che sono il luogo ideale per attuare la strategia delle “Green Communities” e per valorizzare i servizi ecosistemici-ambientali. La proposta è concreta: i titolari di concessioni per impianti idroelettrici, da fonti di biomasse, gasdotti e oleodotti, metanodotti, pale eoliche, impianti di imbottigliamento di acque minerali e ormeggi in aree marine protette dovrebbero versare quote economiche agli Enti gestori dei Parchi, come contributo alle spese per il recupero ambientale e della naturalità.

È un rovesciamento di prospettiva. Non si discute più soltanto se proteggere, ma chi trae reddito dalla protezione e chi deve contribuire a mantenerla. Chi opera dentro un parco — con una turbina, un gasdotto o un pontile — utilizza un contesto tutelato e, secondo la proposta, dovrebbe restituirne una parte. Dal punto di vista del mercato, il nodo però resta a monte: quale quota di nuovi impianti riuscirà a passare fuori dalle aree protette, e a quale velocità.

Con questo perimetro di tutela, il target degli 80 GW appare destinato a slittare al 2038. I numeri da tenere d’occhio saranno due: il ritmo annuale di installazioni fuori dalle aree protette e la prossima ricognizione delle aree idonee.