Lo scorso agosto il governo gallese ha confermato che sta definendo la strategia energetica nazionale, che sarà pubblicata entro la fine dell’anno. Il cambio di rotta è nei numeri: gli obiettivi sulle energie rinnovabili saranno sostituiti da riduzioni delle emissioni, con un’istruttoria basata su prove per decidere dove localizzare gli impianti. È quanto emerge dall’annuncio ufficiale pubblicato in quei giorni. Nella stessa settimana Adam Price, membro del gabinetto per le imprese, la connettività e l’energia, ha visitato il porto di Mostyn e il porto di Milford Haven per discutere il loro ruolo a sostegno dell’eolico offshore.

Cambiare unità di misura

La scelta tecnica che accompagna la nuova metrica è l’interramento delle infrastrutture elettriche a 132 kV e inferiori: lo scorso agosto il governo gallese ha confermato di portare avanti la propria politica in materia. È un dettaglio da addetti ai lavori, ma è il punto in cui la decarbonizzazione incontra il consenso territoriale. I collegamenti a tensione più bassa sono quelli che attraversano i territori e producono resistenze; intervenire lì serve a ridurre l’attrito sui collegamenti che portano l’energia rinnovabile dai siti di generazione ai centri di consumo. In questo quadro i porti diventano infrastruttura abilitante. Tom Sawyer, amministratore delegato del porto di Milford Haven, ha dichiarato che lo scalo è il più grande del Galles e il principale porto energetico del Regno Unito, e ha espresso la volontà di lavorare con governo e industria per realizzare questa visione.

Ma cambiare unità di misura non basta se il Galles è al tempo stesso esportatore netto di elettricità e grande importatore di energia, mentre le famiglie pagano alcune delle bollette energetiche più alte del Regno Unito. È qui che la promessa tecnica incontra il limite distributivo.

Il paradosso gallese: esportare elettricità, pagare care le bollette

Il Galles è al tempo stesso esportatore netto di elettricità e grande importatore di energia; secondo National Infrastructure Commission Wales, questa condizione genera tensioni. Le comunità locali percepiscono di subire impatti negativi sproporzionati dalla generazione elettrica e dalle importazioni di gas, mentre i benefici finiscono altrove. Non è solo percezione: la BBC ha riportato che le famiglie gallesi pagano alcune delle bollette energetiche più alte del Regno Unito. Adam Price ha riassunto la questione guardando alla storia: il Galles era “un gigante dell’energia durante la Rivoluzione industriale con il carbone, ma purtroppo non abbiamo visto i benefici derivarne in larga parte per la nostra stessa gente”. Il riferimento storico non è retorico: il Galles ha già attraversato un ciclo estrattivo in cui la risorsa locale non si è trasformata in benessere diffuso.

Non è un problema nuovo. Già nel 2017 il governo gallese aveva fissato obiettivi di generazione rinnovabile pari al 70% del consumo entro il 2030. Il quadro include anche un obiettivo di 1 GW di capacità rinnovabile di proprietà locale in Galles entro il 2030. Proprietà locale, non solo produzione: è il tentativo di trattenere parte del valore sul territorio, in un Paese che già con il carbone ha visto partire altrove i profitti. La distanza tra gli obiettivi di generazione e le bollette resta però il nodo da sciogliere.

Se il problema è catturare valore locale, i porti di Mostyn e Milford Haven sono il test concreto.

Porti e concorrenza: a che punto siamo davvero

Per i progetti molto grandi, come l’eolico offshore nel Mare Celtico, la domanda non è solo quanta energia viene generata, ma come il Galles si assicura benefici attraverso catene di fornitura, porti, competenze, infrastrutture e, ove opportuno, quote di proprietà e opportunità economiche di lungo periodo. Il banco di prova saranno i porti: Mostyn e Milford Haven sono i nodi fisici della catena di fornitura, ma anche i luoghi in cui si gioca la competizione per la supply chain del Mare Celtico. Sul fronte pubblico, la concorrenza si è mossa già nel 2024: Great British Energy è stata lanciata come società energetica pubblica del Regno Unito con un finanziamento di 8,3 miliardi di sterline. Con questa dotazione, la società britannica ha la scala per attrarre investimenti e competenze, mentre il Galles dovrà decidere se i suoi porti e le sue comunità diventeranno beneficiari diretti o semplici spettatori di un nuovo ciclo energetico.

Il Galles ha la risorsa e i porti. La strategia energetica non sarà giudicata dai gigawatt installati, ma dalla capacità di trasformare il Mare Celtico in catena di fornitura, competenze e bollette più basse per chi vive accanto agli impianti.