Impianto da 80-90 MW per Vatican Radio e autosufficienza energetica del Vaticano.
A quasi due mesi dalle prime indiscrezioni, il progetto della Santa Sede a Santa Maria di Galeria merita di essere letto per il suo vero perimetro tecnico: non un record di potenza, ma un’infrastruttura di servizio da 80-90 MW pensata per alimentare la stazione trasmittente di Vatican Radio e portare la Città del Vaticano verso l’autosufficienza energetica. Secondo fonti coinvolte nelle discussioni sul progetto, l’investimento previsto è di circa 100 milioni di dollari e l’impianto, che combina produzione fotovoltaica e uso agricolo del suolo, potrebbe essere completato entro due anni.
Le stesse fonti indicano una capacità compresa tra 80 e 90 megawatt, una taglia che collocherebbe l’impianto tra i più grandi agrivoltaici italiani. Ma è la destinazione d’uso, più che la potenza, a definire l’opera: alimentare Vatican Radio e rendere la Città del Vaticano pienamente autosufficiente dal punto di vista energetico.
Dall’accordo del 2025 al cantiere: la scheda tecnica del progetto
L’atto politico risale a oltre un anno fa. Il 31 luglio 2025, all’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali, e l’ambasciatore Francesco Di Nitto firmarono l’accordo bilaterale. Dopo la ratifica italiana arrivata nel corso del 2026, una commissione congiunta italo-vaticana si è riunita lo scorso agosto per avviare il progetto nella tenuta di Santa Maria di Galeria, alle porte nord-occidentali di Roma.
Dal punto di vista impiantistico, l’opera combina pannelli solari e attività agricola su un’area complessiva di 430 ettari. Le fonti consultate stimano un tempo di realizzazione di 18-24 mesi, incluse le procedure autorizzative e amministrative. L’energia prodotta è destinata in primo luogo alla stazione di trasmissione di Vatican Radio e, più in generale, a coprire i fabbisogni dell’intero Stato della Città del Vaticano.
Carbon-neutral o autosufficienza? Il confronto che ridimensiona l’annuncio
L’obiettivo dichiarato dalla Santa Sede è noto: generare abbastanza elettricità da trasformare la Città del Vaticano nel primo Stato carbon-neutral al mondo. L’area prescelta, un tempo fonte di controversia tra Roma e il Vaticano, dovrebbe diventare un vasto parco solare integrato con l’agricoltura. Ma la cifra tecnica dell’annuncio, letta in controluce, ridimensiona la portata dell’eccezionalità: 80-90 MW sono una taglia robusta per un piccolo Stato, non un primato nel mercato italiano.
Basta confrontare i numeri con il mercato commerciale. Il progetto Vizzini di European Energy in Sicilia arriva a 225,5 MW per oltre 200 milioni di euro: più del doppio della potenza prevista a Santa Maria di Galeria. E diversi altri progetti agrivoltaici commerciali in Italia lo superano per scala. La differenza, quindi, non sta nella taglia dell’impianto, ma nel vincolo di servizio: alimentare una stazione radio e un piccolo Stato, non vendere energia sul mercato.
Il punto critico è l’integrazione tra produzione energetica, uso del suolo e tempi amministrativi. Su 430 ettari che devono restare agricoli e insieme produrre elettricità, la vera partita è la gestione operativa quotidiana: mantenere la compatibilità agronomica, garantire il rendimento fotovoltaico e rispettare un cronoprogramma che include 18-24 mesi di iter autorizzativi. Per una promessa come il primo Stato carbon-neutral al mondo, la credibilità tecnica si misura su questi dettagli, non sui record di potenza.
Cosa cambia sul campo per chi progetta e gestisce
Allora guardiamo al cantiere e ai vincoli reali. Il cronoprogramma dichiarato dalle fonti coinvolte nelle discussioni è di 18-24 mesi, incluse le procedure di autorizzazione e amministrative. Per un impianto agrivoltaico su un’area di 430 ettari, il rischio non è tanto la produzione: 80-90 MW sono una taglia adeguata ad alimentare Vatican Radio e, più in generale, un piccolo Stato. Il nodo è la convivenza tra pannelli e uso agricolo, e l’incognita dei tempi burocratici italiani.
Chi progetta e gestisce impianti simili sa che la differenza tra un progetto ben riuscito e uno trascinato per anni sta nella fase autorizzativa e nella capacità di preservare la vocazione agricola del suolo. La vera incognita, per Santa Maria di Galeria, non è se i pannelli produrranno abbastanza, ma se i tempi amministrativi lasceranno il progetto come promesso.
Il Vaticano non sta costruendo il più grande impianto agrivoltaico d’Italia, ma forse non ne ha bisogno. La sfida è dimostrare che un’infrastruttura di servizio, ben progettata e ben gestita, può rendere carbon-neutral uno Stato senza stravolgere il territorio. Per chi lavora nell’energia pulita, il banco di prova è l’esecuzione nei prossimi 18-24 mesi.




