Secondo il report di Terna citato il 10 ottobre, ad agosto l’Italia era leggermente avanti rispetto al target Pniec: 666 MW installati in più. Ma il dato nazionale nasconde un paradosso: le regioni governate dal centrosinistra erano sotto di 1.358 MW rispetto ai target del burden sharing. È il nodo che i promotori della lettera ai leader del Campo Largo contro il blocco dell’energia pulita, cittadini, studiosi e attivisti indipendenti, hanno provato a portare sul tavolo dei partiti, ma il nodo non è stato sciolto.
Il meccanismo si vedeva nei numeri, non nei proclami. Il risultato nazionale del parco elettrico rinnovabile era positivo, ma veniva trascinato verso il basso proprio dalle amministrazioni che della transizione fanno una bandiera. La domanda che emergeva dai dati non riguardava i target, ma la macchina dei permessi.
Il paradosso: avanti sul Pniec, indietro nel centrosinistra
Il quadro, ad agosto, era questo. A livello nazionale il target Pniec risultava rispettato con un margine di 666 MW. Il problema non era il volume complessivo: era la distribuzione. Il ritardo delle regioni del centrosinistra pesava per 1.358 MW sul burden sharing, una cifra che annullava di fatto il vantaggio nazionale e spostava il baricentro del conflitto sui territori. Sempre secondo la fonte del 10 ottobre, il governo Meloni ha installato rinnovabili a un ritmo di circa 7 GW annui, il quadruplo della media 2019-2022 di 1,7 GW. Il dato non era neutro: ribaltava la narrazione secondo cui il blocco dell’energia pulita starebbe tutto in capo all’esecutivo nazionale.
Il paradosso era esattamente qui. L’Italia accelerava sulle rinnovabili in termini di nuova capacità installata, ma le regioni del centrosinistra risultavano indietro rispetto alla quota che spetterebbe loro. Il punto non erano i proclami sulla transizione, ma i procedimenti autorizzativi.
La giungla dei permessi e l’imbarazzo del campo largo
La risposta non stava nei target, ma nella macchina autorizzativa. Ad aprile, la denuncia indicava che più di 4mila impianti restavano intrappolati nella giungla dei procedimenti autorizzativi, ostaggio di conflitti tra ministeri, veti delle regioni o proteste da parte di comitati locali. E il problema, come riportato dalla stessa fonte, era che la coda non accennava a ridursi: continuava ad allungarsi.
Sul fronte politico, il Partito Democratico non ha dato risposte rapide. A fine agosto, PV Magazine riportava che il PD ci aveva messo tre mesi a rispondere alle richieste degli esperti. Il punto più delicato, secondo la stessa fonte, era l’imbarazzo evidente per quanto accadeva in Sardegna, la regione governata da Alessandra Todde. Un imbarazzo che spiegava la cautela dei partiti del campo largo quando si parlava di sbloccare davvero le autorizzazioni.
Gli incontri, intanto, si sono succeduti. Prima c’è stato quello con la segretaria del Pd Elly Schlein; poi, secondo la Staffetta Quotidiana del 2 settembre, era in agenda un appuntamento con l’ex ministro dell’Ambiente del Movimento 5 Stelle Sergio Costa, da fissare dopo la ripresa dei lavori parlamentari. In seguito, come riferito da Greenreport, si è svolto un incontro tra il M5S e i firmatari della lettera aperta ai leader del campo largo, alla presenza del presidente M5S Giuseppe Conte, della presidente della Regione Sardegna Alessandra Todde e del vicepresidente della Camera Sergio Costa, oltre a numerosi esperti e parlamentari del Movimento.
Il risultato, però, non cambiava la sostanza. I leader si incontravano, ma la coda degli impianti non risultava accorciata. Se le riunioni servivano a prendere tempo, il ritardo si trasformava in costi reali per chi progetta e installa.
Il conto per chi installa
Il costo di questo stallo non era astratto. Per progettisti e installatori, una coda autorizzativa che non si riduceva significava tempi di connessione e di autorizzazione difficili da stimare, progetti fermi in attesa di un via libera e impianti ostaggio di conflitti tra ministeri, veti regionali o comitati locali. Ogni mese di ritardo si traduceva in investimenti congelati e in una minore prevedibilità dei cantieri.
Il campo largo ha ottenuto gli incontri che chiedeva. Per chi installa, la domanda senza risposta è: quando la coda dei 4mila impianti comincerà a scendere?




