Nel 2024 era sceso a 312,2 miliardi, ma il disavanzo resta lontano dal picco record del 2022
Nel 2025, mentre Bruxelles denunciava le politiche industriali distorsive di Pechino e l’overcapacity cinese, il deficit commerciale dell’Unione europea nei beni con la Cina saliva a 359,9 miliardi di euro, il 2,7% in più su base annua. Nel dibattito italiano, un’analisi di Carlo Pelanda su Formiche.net, pubblicata lo scorso agosto, ragionava su un disavanzo di circa 300 miliardi e sull’interesse dell’UE a bilanciarlo nel negoziato con Pechino. Il paradosso è tutto qui: le tensioni politiche non hanno ridotto lo squilibrio commerciale, che nel 2025 risultava distante ma non troppo dal record di 397,3 miliardi toccato nel 2022.
359,9 miliardi: il paradosso del deficit che cresce
Il dato arriva dai numeri pubblicati dalla Commissione europea: nel 2025 il disavanzo commerciale dell’UE nei beni con la Cina è salito a 359,9 miliardi di euro, in aumento del 2,7% rispetto all’anno precedente. Nel 2024 lo stesso deficit era stato di 312,2 miliardi, un valore più basso del picco record di 397,3 miliardi raggiunto nel 2022. La lettura non è univoca: il 2025 conferma la risalita dopo la pausa del 2024, ma il livello rimaneva inferiore al massimo storico.
Questa dinamica convive con la crescente preoccupazione europea per gli squilibri sistemici dell’economia cinese. Bruxelles contesta a Pechino politiche industriali distorsive, in particolare il sostegno diffuso al settore manifatturiero, e le considera all’origine di un eccesso di capacità che produce esternalità negative per un’ampia gamma di membri del WTO. In altre parole: il deficit si muoveva nella direzione opposta rispetto alla retorica del distacco.
Golden Power e 3Sun: la risposta italiana
Di fronte a questo squilibrio, l’Italia si muove su due piani: governance e politica industriale. Il primo è il Golden Power, già esercitato, come ricorda Pelanda, nel caso Pirelli. Le misure comunicate da Pirelli definiscono i vincoli per la partecipazione di Marco Polo International Italy e CNRC: in occasione del rinnovo del Consiglio di Amministrazione possono presentare una lista con un massimo di tre candidati, due dei quali indipendenti, e nessuno di essi, se eletto, può ricoprire cariche come presidente, vicepresidente, amministratore delegato o presiedere comitati del board. L’obiettivo è limitare l’influenza cinese nella governance del gruppo.
Il secondo piano è quello degli incentivi. Il governo italiano ha posto come condizione per l’accesso alle agevolazioni alle imprese l’acquisto di moduli solari prodotti esclusivamente in Europa. Tra i fornitori ammessi figurano quelli della 3Sun di Catania, l’impianto fotovoltaico del gruppo Enel considerato il fiore all’occhiello della produzione europea. È un disaccoppiamento selettivo: non si colpisce tutta la filiera cinese, ma si crea una corsia preferenziale per la manifattura europea nel fotovoltaico, il settore in cui la concorrenza di Pechino è più forte.
La giustapposizione è voluta: da un lato si limita l’influenza cinese in un’azienda strategica, dall’altro si usa la leva pubblica per sostenere una filiera alternativa. Resta però il nodo segnalato da Pelanda: la presenza cinese nelle proprietà di aziende italiane di rilievo risultava ancora pesante al momento della pubblicazione di quell’analisi, ad agosto. Un singolo intervento, per quanto simbolico, non basta a riequilibrare i rapporti di forza.
Terre rare e Pax Silica: il numero da guardare
La partita non si chiude dentro i confini nazionali. Secondo un comunicato della Farnesina, l’Italia ha aderito alla Pax Silica, l’iniziativa strategica internazionale promossa dagli Stati Uniti che riunisce oltre venti paesi e l’Unione Europea per rafforzare la cooperazione sulle tecnologie strategiche nell’era dell’intelligenza artificiale. Nella lettura di Pelanda, la Pax Silica è una globalizzazione selettiva: un mercato delle democrazie compatibili con un ciclo di estrazione e lavorazione indipendente dalla Cina, costruito attorno alle terre rare. In quella cornice, lo stesso Pelanda considera la soluzione tradizionale dei dazi su una lista di merci dannosa, sulla base dell’esperienza americana, e propone piuttosto una strategia di dissuasione prima e negoziazione poi.
Proprio sulle terre rare si misura la fragilità della posizione occidentale. L’analisi di Alicia García Herrero, ripresa dal MERICS, spiega che Pechino utilizza i controlli sulle esportazioni di terre rare come arma per ottenere concessioni, tra cui l’alleggerimento dei dazi europei sulle auto elettriche cinesi. Se la Cina decidesse di usare questa leva in modo più aggressivo, quanto peserebbe davvero la Pax Silica? La domanda resta aperta, perché le alternative al controllo cinese sulle terre rare richiedono anni per essere costruite.
Il numero da monitorare nei prossimi mesi non è un nuovo dazio, ma la distanza tra i 359,9 miliardi del deficit 2025 e il record di 397,3 miliardi del 2022. Se il disavanzo europeo dovesse tornare ad avvicinarsi a quel picco, la Pax Silica rischierebbe di restare un progetto geopolitico senza un corrispettivo negli scambi reali.




