Il finanziamento da 76 milioni sostiene quattro impianti agricoli che immetteranno 160 gigawattora di biometano, evitando 31.500 tonnellate di CO₂

A un mese dal post con cui UniCredit ha annunciato l’operazione, il numero che colpisce non sono i 76 milioni di euro. Sono i 160 gigawattora di biometano che quattro impianti agricoli dovrebbero immettere ogni anno nella rete italiana, evitando circa 31.500 tonnellate di CO₂. UniCredit, insieme a ING, sostiene il portafoglio italiano di Bankinter Investment e Plenium Partners con 76 milioni di euro di finanziamento. Dietro l’operazione c’è un dato di sistema: alla fine del secondo trimestre 2026 la capacità installata di biometano aveva raggiunto 8,2 miliardi di metri cubi annui, in aumento del 17% rispetto al 2025, secondo i dati della European Biomethane Map.

76 milioni per quattro impianti: un piccolo affare con grandi numeri

I quattro impianti trasformano sottoprodotti agricoli e zootecnici in biometano rinnovabile, immesso nella rete nazionale del gas. Una volta a regime, il portafoglio dovrebbe produrre circa 160 GWh all’anno, pari al consumo medio annuo di circa 10.500 famiglie italiane, ed evitare circa 31.500 tonnellate di emissioni di CO₂. Non è una scommessa improvvisata: Bankinter Investment e Plenium Partners avevano rilevato da Green Arrow Capital e IRON RE la piattaforma italiana di biometano BG Holding attraverso il fondo Ecualia Capital. Prima dell’operazione, Ecualia Capital deteneva già progetti italiani per circa 750 metri cubi standard all’ora; i quattro nuovi impianti aggiungono circa 1.800 scm/h, più che triplicando l’impronta del fondo in Italia. L’acquisizione aggiunge inoltre due impianti contrattualizzati al portafoglio di gas rinnovabile.

Il paradosso del rischio sovvenzionato

Il punto non è il prezzo del gas, ma la struttura dell’investimento. Il programma italiano offre fino al 40% dei costi ammissibili coperti da contributi a fondo perduto e una tariffa incentivante di 15 anni per il biometano prodotto. Questo mix trasforma un impianto in una rendita a basso rischio: le banche non scommettono sull’andamento del mercato, ma sulla stabilità di un flusso garantito per quindici anni. È il paradosso di un settore presentato come innovazione ma finanziato come infrastruttura regolata. La posta in gioco è l’obiettivo del programma: portare in rete 2,3 miliardi di metri cubi aggiuntivi di biometano all’anno, quasi raddoppiando la produzione italiana attuale. Se il singolo progetto è così protetto, la domanda diventa un’altra: quanti portafogli potranno ottenere lo stesso trattamento, e a che ritmo?

La domanda per i prossimi mesi: a che ritmo?

Il quadro si allarga quando si guarda ai numeri di sistema. Secondo la European Biomethane Map, la capacità installata di biometano aveva raggiunto 8,2 miliardi di metri cubi annui alla fine del secondo trimestre 2026. Il +17% rispetto al 2025 va letto con prudenza: si parla di capacità installata, non di produzione effettiva, e il confronto dipende dalla base dell’anno precedente. Nel frattempo, altri capitali si muovono: il gruppo Whysol Renewables aveva ottenuto un finanziamento verde da 319 milioni di euro attraverso la controllata Whysol ION Holding, erogato da banche e istituzioni finanziarie nazionali e internazionali di primo piano. Il finanziamento da 76 milioni non è quindi un caso isolato, ma un segmento di una raccolta più ampia. La vera incognita non è se il biometano crescerà, ma se il ritmo attuale potrà bastare.

Nei prossimi mesi il numero da tenere d’occhio non è il singolo finanziamento, ma la velocità della capacità installata. Se il +17% annuo si confermerà, il target di 2,3 miliardi di metri cubi aggiuntivi è possibile; ogni rallentamento, invece, allontanerà il raddoppio della produzione italiana.