Il parco da 496 MW è una goccia nell’oceano dei 45 GW promessi da Parigi per il 2050

Due giorni fa, il 30 giugno 2026, la nave Innovation di DEME ha completato l’installazione delle ultime fondazioni a jacket nel parco eolico offshore Dieppe-Le Tréport, a quindici chilometri dalla costa normanna. Sono sessantadue strutture d’acciaio, ciascuna capace di reggere una turbina Siemens Gamesa da 8 MW. A regime, il parco avrà una capacità di 496 MW — abbastanza per alimentare qualcosa come 800 mila abitazioni. Un traguardo che i comunicati stampa raccontano come una pietra miliare. Ed è vero, lo è. Ma è anche una goccia nell’oceano delle ambizioni energetiche che Parigi ha messo nero su bianco.

Perché il punto non è se la Francia sappia costruire un parco eolico offshore. Il punto è se saprà costruirne abbastanza, abbastanza in fretta, per non trasformare i propri obiettivi in un esercizio di retorica.

Un traguardo minimo, un oceano di ambizioni

Il progetto Dieppe-Le Tréport, sviluppato dalla società Éoliennes en Mer Dieppe Le Tréport (EMDT), è partito lo scorso settembre, quando la stessa Innovation ha posato la prima fondazione a jacket sui fondali del Canale. Da allora, con campagne successive, si è arrivati ad aprile a metà delle fondazioni installate, e infine al completamento di tutte e 62 martedì scorso. Qualche settimana prima, all’inizio di giugno, la nave Vole au Vent di Jan De Nul aveva già issato la prima turbina sul sito, segnando l’inizio della fase finale dei lavori.

Sulla carta, una macchina ben oliata. «Guardiamo ora all’installazione sicura e completa di tutte le 62 fondazioni, che proseguirà in campagne successive fino al 2026», aveva dichiarato già a settembre 2025 Frédéric Flaus, direttore del progetto per EMDT. Promessa mantenuta. Ma Dieppe-Le Tréport è il risultato di anni di pianificazione, autorizzazioni, ricorsi e contratti. Non è un modello replicabile domattina. Ed è qui che la narrazione dell’eccellenza industriale inizia a scricchiolare, appena si allarga l’inquadratura.

Ocean Winds, la joint venture tra EDP Renewables ed ENGIE che partecipa al progetto, nel 2025 aveva oltre 1 GW in costruzione simultanea in Francia. Un numero che fa impressione, ma che va letto accanto a un altro: 45 GW. È l’obiettivo di capacità eolica offshore che la Francia si è data per il 2050. Un moltiplicatore di 45 volte rispetto a quanto in costruzione oggi. E il 2050 non è dopodomani, ma non è neanche fantascienza: sono ventiquattro anni, il tempo di sviluppare, finanziare, autorizzare e costruire decine di parchi come Dieppe-Le Tréport. Senza intoppi. Senza ritardi. Senza che la politica cambi idea.

Il conto che non torna

La risposta sta nei numeri, e i numeri fanno male. Oggi la Francia ha pochissima capacità eolica offshore effettivamente operativa. A maggio, il parco galleggiante Éoliennes Flottantes du Golfe du Lion (EFGL) da 30 MW — sempre in capo a Ocean Winds — ha avviato la produzione di elettricità nel Mediterraneo. Trenta megawatt. Dieppe-Le Tréport, quando entrerà pienamente in funzione, ne aggiungerà 496. Siamo lontanissimi dai 15 GW di capacità installata che il governo punta a raggiungere entro il 2035, e ancora più lontani dall’obiettivo di 45 GW per il 2050.

Facciamo due conti. Per arrivare a 15 GW in nove anni — dal 2026 al 2035 — la Francia dovrebbe installare in media circa 1,5 GW all’anno. Significa mettere in mare l’equivalente di tre parchi Dieppe-Le Tréport ogni dodici mesi, senza interruzioni. Per arrivare a 45 GW nel 2050, il ritmo dovrebbe mantenersi su 1,8 GW all’anno per un quarto di secolo. Non stiamo parlando di un’accelerazione temporanea: stiamo parlando di un cambio strutturale nella macchina autorizzativa, industriale e finanziaria del Paese. E il sistema attuale — fatto di gare complesse, tempi lunghi tra aggiudicazione e costruzione, dipendenza da fornitori esteri — non è tarato per questo passo.

A fine dicembre 2024 il governo francese ha annunciato i vincitori della gara AO6, che metteva in palio due siti eolici galleggianti da 250 MW ciascuno nel Mediterraneo. A contenderseli, due consorzi guidati da Ocean Winds con Banque des Territoires e da EDF Renewables con Maple Power. Due lotti, mezzo gigawatt complessivo. È il meccanismo con cui la Francia prova a costruire la propria capacità: gare periodiche, pochi gigawatt alla volta, con la speranza che la filiera cresca di pari passo. Ma il gap tra la potenza assegnata e quella necessaria è ancora abissale.

Chi costruisce il vento francese?

Dietro le giacche di Dieppe-Le Tréport c’è una geografia industriale precisa, e per nulla banale. Le turbine Siemens Gamesa sono prodotte nello stabilimento di Le Havre, in Normandia: gondole e pale escono da una fabbrica francese, ed è un buon segnale per la filiera nazionale. Ma le sezioni delle torri arrivano da Bilbao, in Spagna, prodotte da Haizea Wind Group, e vengono pre-equipaggiate a Brest, in Bretagna. La catena del valore è europea, non francese. E questo è un dato strutturale: il mercato delle fondazioni, per esempio, vede protagonisti player come Navantia-Windar, che lo scorso gennaio hanno sfornato la loro duecentesima fondazione a jacket negli stabilimenti spagnoli di Navantia Seanergies. Duecento fondazioni, destinate a parchi in tutta Europa. La capacità produttiva esiste, ma è distribuita, competitiva, e non aspetta i desiderata di un singolo Stato membro.

Il problema non è la qualità dei cantieri francesi, né la solidità delle joint venture che si contendono le gare. Il problema è la scala. Per sostenere 45 GW al 2050, la Francia ha bisogno di una filiera che oggi semplicemente non c’è — non in Francia, e forse neanche in Europa alla dimensione richiesta. Servono più fabbriche, più navi posacavi, più porti attrezzati, più competenze, più investimenti. E servono iter autorizzativi che non durino un decennio. Senza questo, ogni nuova fondazione piantata nel Canale rischia di essere un simbolo di ciò che si potrebbe fare, più che la prova di ciò che si sta facendo davvero.

La domanda, allora, non è se la Francia riuscirà a onorare le proprie promesse energetiche. La domanda è se la politica industriale ed energetica del Paese saprà tenere il passo dei target che ha annunciato — o se, come è già accaduto in altri settori della transizione, i numeri resteranno soltanto sulla carta. Le 62 giacche di Dieppe-Le Tréport sono un inizio. Ma tra un inizio e un traguardo, a volte, c’è di mezzo un oceano.