L’assenza di un target vincolante per il 2040 frena gli investimenti nella filiera eolica europea

Un quinto dell’elettricità europea arriva dal vento. Non è una stima prudenziale, ma il dato reale fotografato la scorsa settimana nell’analisi di WindEurope, l’associazione che rappresenta i produttori e la filiera del settore. Dietro questa percentuale c’è una manifattura che ha investito oltre 15 miliardi di euro in nuovi stabilimenti negli ultimi tre anni e che oggi tiene in piedi più di 440.000 posti di lavoro in oltre 250 fabbriche europee. La macchina funziona, è un pilastro produttivo concreto. Ma per quanto potrà ancora crescere senza un orizzonte regolatorio di lungo periodo?

La macchina che già gira

I numeri raccontano un settore che non è più in fase di rodaggio. L’eolico è la terza fonte di generazione elettrica in Europa e i 15 miliardi investiti nell’ammodernamento delle linee produttive sono il segnale di una filiera che ragiona su scala industriale. Non si tirano su capannoni per assemblare componenti da qualche megawatt con una prospettiva di soli cinque anni. La manifattura ha bisogno di volumi e continuità. Eppure, proprio questa macchina solida, capace di garantire elettricità senza costo di combustibile, rischia di restare a corto di carburante normativo appena superata la boa del 2030.

Il vuoto dopo il 2030

Nonostante l’inerzia industriale sia dalla parte del vento, la cornice regolatoria europea si ferma di fatto al 2030. L’Unione Europea ha adottato nel 2023 un target vincolante del 42,5% di energie rinnovabili. Un passo necessario, considerando che nel 2024 la quota si attestava al 25,2% e che il settore energetico è ancora responsabile di oltre il 75% delle emissioni di gas serra dell’UE.

Il piano REPowerEU, lanciato ormai quattro anni fa in risposta all’invasione russa dell’Ucraina, aveva fissato un principio fondamentale: le rinnovabili non sono solo una questione climatica, ma l’architrave della sovranità energetica e dell’indipendenza strategica. Eppure, dopo aver definito i paletti intermedi per questa decade, oggi manca una traiettoria vincolante per il decennio successivo. L’assenza di un obiettivo per il 2040 rischia di trasformare l’attuale fase di crescita in un avvicinamento alla scadenza senza una rotta certa, in cui le decisioni di investimento vengono rimandate in attesa di segnali politici che tardano ad arrivare.

Cosa cambia per chi installa e gestisce

Senza un segnale chiaro, i progetti eolici diventano scommesse, non investimenti. Nel gergo di chi sviluppa impianti, un parco eolico ha un orizzonte operativo di almeno venticinque anni. Decidere oggi dove piantare una torre significa vincolarsi a un costo del capitale che dipende dalla prevedibilità dei flussi di cassa futuri. Se il quadro regolatorio non si spinge oltre il 2030, chi finanzia non ha una base modellistica su cui strutturare i contratti a lungo termine (PPA). Il risultato è un immediato innalzamento dello spread di rischio applicato dagli istituti di credito, che si traduce in un rialzo del costo dell’energia per tutti.

L’Amministratore Delegato di WindEurope, commentando i dati la scorsa settimana, è stato chiaro: solo un target vincolante per le rinnovabili al 2040 può indirizzare gli investimenti che l’UE sta cercando di mobilitare. Non è una dichiarazione di principio, ma una questione di cantieri e commesse. I 15 miliardi investiti negli ultimi tre anni rischiano di rappresentare l’ultima grande ondata di ammodernamento se non si creano le condizioni perché gli ordini continuino ad arrivare con regolarità. Per chi gestisce una fabbrica di pale o moltiplicatori, l’assenza di uno zoccolo duro di domanda garantita oltre il 2031 significa posticipare le assunzioni, congelare i turni e rallentare l’espansione della capacità produttiva.

L’alternativa è uno sviluppo altalenante, fatto di sprint improvvisi e frenate brusche, dove l’intermittenza non è quella fisiologica del vento ma quella patologica dei decreti. Nel concreto, senza un volume certo di nuova capacità da installare, decade anche la convenienza a investire in ricerca e sviluppo su componenti più performanti o su tecnologie di riciclo delle pale. La differenza tra un cantiere fermo e una turbina immessa in rete si gioca oggi sulla definizione di un obiettivo chiaro entro il 2040.

Per chi installa e gestisce, l’obiettivo 2040 non è un cavillo burocratico: è la condizione indispensabile per pianificare, assumere e costruire. Altrimenti, l’eolico europeo – pur con le sue solide fondamenta – resterà una promessa al vento.