Il provvedimento di agosto prevede il 90% del valore attualizzato dei flussi residui, ma manca la pubblicazione.

Novanta per cento del valore attualizzato dei flussi residui, erogato in rate decennali: è questa la cifra che decide se un impianto fotovoltaico resta agganciato al vecchio Conto Energia o sceglie la via d’uscita anticipata. Lo scorso agosto è stato firmato il decreto Mase sulla fuoriuscita volontaria anticipata dal Conto Energia. Si tratta del dm n. 262, firmato dal ministro Gilberto Pichetto Fratin. Alla data della fonte, lo scorso 25 agosto, il provvedimento non era ancora stato pubblicato — come confermavano dal ministero — e non era quindi entrato in vigore. Il nuovo calendario va coordinato con la scadenza del 30 settembre.

Per capire se conviene, bisogna partire dai numeri.

La matematica dell’uscita: 90% in dieci anni

Il meccanismo di uscita anticipata dal Conto Energia prevede un corrispettivo pari al 90% del valore attualizzato dei flussi residui, erogato in rate decennali a partire dal 2028. Chi lascia prima il vecchio incentivo non riceve subito l’intero valore che gli sarebbe spettato fino alla fine del periodo: incassa un valore scontato, poco meno del valore attuale dei flussi futuri, distribuito su dieci anni. La prima variabile da valutare è quindi temporale: il 90% non è un pagamento in un’unica soluzione, ma un flusso decennale che espone l’operatore alle condizioni di mercato e agli anni di producibilità dell’impianto.

Il contingente massimo per il meccanismo è fissato a 10 GW. Non basta voler uscire: serve passare da una procedura competitiva.

L’asta GSE: chi esce, e a che prezzo

Dopo i numeri, la gara. I partecipanti alla procedura GSE presentano un’offerta di riduzione percentuale rispetto a un valore base messo a disposizione dal GSE. Le offerte vengono ordinate in base al beneficio atteso per il sistema, fino a esaurimento del contingente. In pratica, chi propone la riduzione percentuale più alta si posiziona in testa; chi supera il tetto dei 10 GW resta fuori. Resta la domanda di fondo: per un operatore, l’uscita anticipata è davvero conveniente o nasconde insidie?

Il trade-off per chi gestisce gli impianti

La convenienza, però, non si misura solo al momento dell’asta. ITALIA SOLARE ha espresso apprezzamento per la natura volontaria dei meccanismi, finalizzati anche a favorire il rifacimento degli impianti e l’accesso a nuovi strumenti come FerX, FerZ e PPA. In un comparto che ha smesso di applicare le disposizioni di incentivazione del Conto Energia già dal 6 luglio 2013, dopo il raggiungimento del tetto di 6,7 miliardi di euro, uscire in modo volontario può aprire la strada al repowering o a nuovi contratti di mercato.

Ma l’associazione ha segnalato anche una criticità concreta: il prolungamento temporale dell’incentivo potrebbe risultare penalizzante se coincidente con periodi di bassa producibilità. Un impianto che produce meno, in una finestra di rate decennali, incassa meno di quanto avrebbe incassato restando nel regime originario: il rischio di producibilità è il vero sconto nascosto dietro il 90%.

La storia aiuta a leggere questo passaggio. Dal 1° gennaio 2015, per gli impianti sopra i 200 kW, le tariffe incentivanti sono state rimodulate secondo tre opzioni alternative scelte dall’operatore. Si trattava di una rimodulazione che già allora imponeva all’operatore di decidere tra un incentivo ridotto ma più lungo e un’uscita più rapida. Il dm 262 ripropone lo stesso tipo di scelta, ma dentro una procedura competitiva e con una durata dei pagamenti stabilita a priori.

La firma c’è, ma la vera prova sarà la pubblicazione del decreto e il coordinamento con il 30 settembre: solo allora si capirà se l’uscita anticipata diventa un’opportunità reale o un’occasione mancata per chi gestisce impianti fotovoltaici.