L’impianto sulla diga di Punta Riso è stato danneggiato da ignoti nella notte del 29 giugno
I pannelli non sono semplicemente appoggiati su una struttura di sostegno: sono incastonati direttamente nel muro paraonde della diga di Punta Riso, a formare una pelle fotovoltaica che genera energia per i moli del porto di Brindisi. Nella notte del 29 giugno, quelle superfici di silicio sono state prese a sassate. A denunciarlo è l’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Meridionale (AdSPMAM), che parla di un «atto vandalico e intimidatorio» con ingenti danni: numerosi pannelli già installati lungo il muro paraonde sono stati distrutti, compromettendo una parte significativa del progetto nonostante i lavori non siano ancora stati ultimati.
Una pelle fotovoltaica sul mare
Per capire la portata del danno bisogna partire dall’infrastruttura. L’impianto colpito non è un parco solare qualunque: è il Lotto II del «Progetto di adeguamento infrastrutturale nei Porti di Bari e Brindisi per il miglioramento della capacità logistica agroalimentare», finanziato dal Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste nell’ambito della Missione 2 del PNRR. L’idea è tanto semplice quanto insolita per il panorama italiano: invece di occupare terreno agricolo o aree industriali dismesse, i moduli sono stati integrati direttamente nella diga foranea, sfruttando il muro paraonde come superficie captante.
Si tratta di un’integrazione architettonica reale, non di un banale montaggio su zavorre. I pannelli seguono la linea della diga e ne diventano parte costitutiva, una membrana fotovoltaica che trasforma la radiazione solare in elettricità destinata ad alimentare le infrastrutture portuali al servizio della filiera agroalimentare: celle frigorifere, magazzini, banchine operative. È un accoppiamento tra funzione marittima e generazione distribuita che evita consumo di suolo e sfrutta una superficie altrimenti inerte, con un rendimento favorito dall’assenza di ombreggiamenti e dalla riflessione della luce sull’acqua. L’eleganza tecnica sta proprio nel doppio ruolo del manufatto: protezione dalle mareggiate e produzione di energia pulita convivono nello stesso elemento costruttivo, senza compromettere né l’una né l’altra prestazione. Ma nella notte del 29 giugno qualcosa si è spezzato.
Sassate nella notte
Dove il silicio trasformava la luce in corrente, ora ci sono schegge e crepe. Stando alla nota ufficiale dell’AdSPMAM, ignoti hanno preso di mira i pannelli già montati lungo il muro paraonde, colpendoli con pietre e distruggendo una quota rilevante della superficie installata. Il cantiere è ancora aperto — i lavori non sono conclusi — e questo rende il gesto ancora più paradossale: non si colpisce un impianto in esercizio, ma un’opera in fase di realizzazione, con moduli già fissati e probabilmente non ancora allacciati alla rete.
Il contrasto è stridente. Da un lato c’è la precisione millimetrica di un’integrazione fotovoltaica su una diga portuale, un’opera che richiede calcoli strutturali, verifica dei carichi dinamici dovuti al moto ondoso, selezione di moduli con resistenza meccanica e alla corrosione salina adeguate. Dall’altro c’è la violenza elementare di una sassata notturna: un gesto che non richiede competenza né pianificazione, ma che in pochi minuti manda in frantumi mesi di progettazione e posa. Il paradosso è tutto qui: la stessa barriera che protegge il porto dalle onde non ha potuto nulla contro l’ostilità di chi, nella notte, ha scelto di colpire proprio quell’innovazione. Dietro le pietre, però, c’è un clima più ampio.
Il rumore dei social e la determinazione
Non è solo una questione di sassi. Il presidente dell’AdSPMAM, Francesco Mastro, ha puntato il dito contro un contesto di tensione costruito attorno all’opera: «Alimentare tensioni, soprattutto attraverso i social network, significa favorire un contesto che non giova a nessuno». La dichiarazione non indica responsabili diretti, ma disegna un perimetro: quello di un’ostilità diffusa, amplificata da piattaforme dove l’opposizione a un progetto può trasformarsi in narrazione tossica senza passare per il confronto nel merito. Non si sa chi abbia lanciato le pietre, ma si intravede il brodo di coltura in cui gesti del genere possono attecchire.
Mastro è stato netto anche sulla reazione: «Colpire un’opera pubblica di questo valore significa danneggiare l’intera collettività» e «nessun gesto intimidatorio rallenterà il percorso di modernizzazione e di sostenibilità che l’Autorità sta portando avanti con determinazione». L’AdSPMAM ha già confermato che i lavori proseguiranno secondo il cronoprogramma previsto. Una presa di posizione che va oltre la rassicurazione burocratica e tocca un nodo cruciale: la resilienza di un progetto non si misura solo nella tenuta meccanica dei materiali, ma nella capacità di reggere l’urto di un clima sociale avvelenato. Il silicio si può sostituire; la determinazione a non arretrare è materia più difficile da intaccare.
Ciò che resta, a quattro giorni dall’attacco, è un impianto ferito ma in marcia. I pannelli distrutti andranno rimossi e riordinati, con costi e ritardi ancora da quantificare. Ma la pelle fotovoltaica della diga di Punta Riso non è stata scalfita nell’impianto progettuale: il cronoprogramma tiene, il finanziamento PNRR è in piedi, la funzione dell’opera — generare energia pulita per la logistica agroalimentare — non è stata messa in discussione. Resta, semmai, una consapevolezza nuova: la transizione energetica non è solo una sfida di ingegneria. È anche, e forse soprattutto, una questione di consenso, di comunicazione e di presidio culturale. Perché le pietre, a volte, fanno più male delle mareggiate.




