L’operazione con Shell e KKR sposta l’attenzione dai gigawatt installati al rendimento del capitale investito

Lo scorso 3 agosto TotalEnergies ha firmato due accordi che, letti insieme, dicono molto di come le major petrolifere europee stanno ridisegnando i propri portafogli rinnovabili. Il primo è un accordo con Shell per acquisire l’intera attività di rinnovabili onshore in Europa: 500 MW di impianti solari ed eolici in esercizio o in costruzione, concentrati soprattutto in Italia e nei Paesi Bassi. Il secondo, firmato lo stesso giorno, va nella direzione opposta: la cessione di una quota del 50% in un portafoglio da 1,2 GW di asset solari ed eolici onshore europei a un conto assicurativo gestito da KKR. Due operazioni contrapposte, una sola strategia: spostare l’attenzione dai gigawatt installati al rendimento del capitale.

La doppia firma: 500 MW in ingresso, metà di 1,2 GW in uscita

L’accordo con Shell non si limita ai 500 MW operativi o in costruzione. Include una pipeline di 3,5 GW di progetti solari, eolici e di accumulo a batteria in Italia, Regno Unito e Spagna. Alla fine del 2025, la capacità rinnovabile complessiva di Shell ammontava a 6,1 GW; circa quattro quinti di quella capacità erano riconducibili a Sprng, la piattaforma rinnovabile che Shell aveva in portafoglio. L’acquisizione sarà completata entro la fine del 2026 e resta soggetta all’approvazione delle autorità competenti.

Sul fronte opposto, la vendita a KKR riguarda una quota del 50% in un portafoglio di asset solari ed eolici onshore da 1,2 GW in Europa, con un enterprise value di 1,8 miliardi di euro. L’azienda la presenta come la conferma della capacità di eseguire farm-down parziali anno dopo anno, in linea con il proprio modello di business per le rinnovabili. È la fotografia di una giornata che unisce integrazione e monetizzazione: si integra la capacità di Shell in mercati chiave, si cede metà di un portafoglio di asset già sviluppati per incassare capitale.

I numeri di contesto aiutano a dimensionare la mossa. Alla fine di giugno 2026 TotalEnergies deteneva più di 37 GW di capacità lorda di generazione rinnovabile e mira a oltre 100 TWh di produzione netta di elettricità entro il 2030. Il solo portafoglio rinnovabile europeo ammontava a quasi 10 GW di capacità installata lorda o in costruzione, con 27 GW in sviluppo. Se l’obiettivo dichiarato è crescere fino a 100 TWh, perché cedere metà di un portafoglio appena consolidato? La risposta non è tecnica, è finanziaria.

Il paradosso di vendere per crescere: il ROACE, non i GW

L’obiettivo dichiarato da TotalEnergies è raggiungere un rendimento del 12% sul capitale medio impiegato entro il 2030. Le due transazioni dello scorso 3 agosto sono progettate proprio per portare il rendimento del capitale medio impiegato a quel livello. Il meccanismo è questo: comprare asset operativi e una pipeline solida aumenta la capacità competitiva nei mercati dove la strategia Integrated Power può dispiegarsi, come Italia, Paesi Bassi, Regno Unito e Spagna. Cederme una quota a un conto assicurativo come quello gestito da KKR consente di liberare capitale, ridurre l’esposizione patrimoniale e realizzare valore sugli asset sviluppati, mantenendo al contempo il controllo industriale. La capacità installata diventa così una leva finanziaria, non un fine.

Il modello non è improvvisato. Attraverso Total Quadran, la controllata francese al 100% per la produzione di elettricità rinnovabile, TotalEnergies — all’epoca Total — aveva ceduto metà della propria quota in due portafogli di progetti rinnovabili a Banque des Territoires e Crédit Agricole Assurances. Il farm-down, insomma, è una prassi consolidata: sviluppare, consolidare, vendere una quota, reinvestire il capitale. Il paradosso apparente — vendere per crescere — si risolve con un parametro finanziario: il ROACE, non i gigawatt, è la metrica che tiene insieme le due firme del 3 agosto. Ma il campo europeo non è neutrale: mentre TotalEnergies fa ingegneria di portafoglio, altri attori hanno preso direzioni opposte.

Mappa europea: chi vende, chi inverte, chi integra

Se il rendimento del capitale è il filtro, le strategie delle altre major diventano un test. Secondo un’analisi di Forbes, Equinor ha abbandonato il proprio obiettivo di capacità rinnovabile, spostandosi verso una strategia energetica più ampia che include gas e trading, citando l’aumento dei costi dell’eolico offshore. BP ha invertito la propria svolta verde, aumentando gli investimenti nei combustibili fossili e vendendo asset eolici. Shell è diventata più selettiva, concentrandosi su Gnl e upstream. TotalEnergies, secondo la stessa analisi, risultava invece l’unica a perseguire con costanza la costruzione di un business energetico integrato.

Per chi installa o gestisce rinnovabili in Europa, il messaggio è netto: la capacità si compra e si vende come leva finanziaria, ma il valore si crea solo con la disciplina sul capitale. Il completamento dell’acquisizione di Shell, atteso entro la fine del 2026 e soggetto all’approvazione regolatoria, insieme ai costi reali dei progetti in sviluppo, dirà se questa doppia mossa è l’inizio di una fase nuova o soltanto un’altra operazione di portafoglio.