Il prezzo unico nazionale era sceso a 127,24 euro, ma la siccità ha fermato le centrali a gas.
Lo scorso 5 agosto, il prezzo dell’elettricità sulla borsa italiana ha toccato 207,84 euro al megawattora: il livello massimo dal 31 dicembre 2022, quando l’asticella aveva raggiunto 224,32 euro. Non è una fiammata da blackout, ma un segnale. La siccità ha spento le centrali a gas e riacceso il caro energia, proprio mentre il prezzo unico nazionale sembrava avviato a una progressiva mitigazione del costo dell’elettricità.
207,84 €/MWh: il picco che riporta al 2022
Il dato è scomodo perché arriva in piena estate, quando il sistema dovrebbe assorbire la domanda di raffrescamento senza tensioni. Eppure la chiusura del Pun Gme per il 5 agosto ha riportato il mercato elettrico italiano su valori che non si vedevano dalla fine del 2022. Allora il prezzo dell’energia elettrica aveva toccato 224,32 euro al megawattora il 31 dicembre, un picco di fine anno nato da una crisi energetica di altra origine. Il confronto storico non è neutro: dopo mesi di calo del prezzo unico nazionale, il ritorno oltre quota 200 euro al megawattora riapre la domanda su cause e responsabilità.
Un altro indicatore accompagna il rialzo: il clean spark spread, che misura il margine della generazione termoelettrica, viaggia su livelli molto alti e sui massimi del 2026. Non è un dettaglio tecnico. Dice che, mentre i consumatori tornano a pagare di più, la generazione a gas vede margini di profitto elevati. Cosa c’è dietro una fiammata simile in piena estate?
La siccità spegne le centrali, il clean spark spread sorride
La fiammata non arriva dal gas: arriva dall’acqua che manca. Quattro anni fa, la magra del Po aveva già costretto diverse centrali termoelettriche a ridurre o fermare la produzione. In quelle circostanze, aziende energetiche sono state costrette a ridurre la capacità o addirittura fermare la produzione di alcune centrali termoelettriche, principalmente alimentate a gas. Sono state fermate grandi centrali a Moncalieri, Sermide e Ostiglia, in provincia di Torino e Mantova.
Il paradosso è evidente. In una fase precedente, il calo osservato sul prezzo unico nazionale (127,24 €/MWh), indice di riferimento per il mercato nazionale, aveva generato effetti positivi per tutto il sistema, favorendo una progressiva mitigazione del costo dell’elettricità in Italia. I prezzi dell’energia elettrica erano tornati a scendere, seguendo un andamento comune in tutta Europa grazie al ribasso delle quotazioni del gas. Ma la siccità nel Nord Italia ha cambiato le carte: con le centrali ferme o ridotte, la generazione a gas si ferma e il margine di chi resta acceso sale. Il clean spark spread ai massimi del 2026 non è una coincidenza: il possibile scostamento tra prezzi di mercato e costi marginali potrebbe indicare margini elevati o dinamiche di potere di mercato da parte dei produttori.
E mentre i produttori vedono margini record, chi paga il conto?
Bollette di settembre: +23% famiglie, +54% imprese
Il conto arriva a settembre. Secondo le stime di Nomisma Energia, a settembre sono previsti aumenti delle bollette che porteranno la spesa annuale a crescere del 23 per cento per le famiglie e del 54 per cento per le imprese. La differenza non è casuale: le imprese, più esposte ai prezzi all’ingrosso, assorbono gli shock senza le stesse tutele riservate ai clienti domestici.
L’asimmetria è il cuore del problema. Per le famiglie il rincaro si traduce in una spesa più pesante, ma in parte ammortizzata. Per le imprese, soprattutto quelle più energivore, l’aumento diventa un costo di produzione che si scarica su prezzi, margini e lavoro. Il confronto con il 2022 torna utile: allora l’emergenza era legata alla guerra e al gas; oggi il motore è climatico, ma l’esito per chi paga è simile. Resta una domanda: interverrà qualcuno a correggere un mercato che produce questi esiti?
Il picco di agosto, la siccità e le bollette di settembre raccontano un sistema ancora fragile. Il prezzo unico nazionale aveva cominciato a scendere su valori più accettabili, ma il ritorno a 207,84 euro al megawattora dimostra che il mercato italiano resta esposto a shock esterni e a frizioni interne. Nel frattempo, la generazione a gas registra margini elevati. La questione non riguarda soltanto l’emergenza climatica: riguarda la trasparenza con cui si formano i prezzi all’ingrosso. Se lo scostamento tra prezzi e costi marginali segnala potere di mercato, chiamare ogni picco «eccezionalità climatica» rischia di diventare un alibi. Il regolatore può scegliere se guardare dentro ai margini della generazione a gas o lasciare che gli aumenti siano spiegati, ogni volta, con la siccità.




