L’accordo con A2A copre il fabbisogno rinnovabile dell’ateneo, ma solo la quota baseload da 2 MW ha un prezzo bloccato
Ad aprile il Politecnico di Milano e A2A, attraverso la controllata A2A Energia, hanno firmato un Power Purchase Agreement della durata di otto anni. Da maggio 2026 è prevista la fornitura di circa 35.000 MWh all’anno di elettricità green interamente certificata da Garanzie di Origine, con l’obiettivo di coprire il 100% del fabbisogno dell’ateneo. Dentro quei numeri c’è una struttura meno lineare di quanto appaia: una quota baseload di 2 MW costanti a prezzo fisso, con base d’asta a 90 €/MWh, e una quota residuale a prezzo variabile. «Si tratta del primo PPA del Gruppo con un’amministrazione pubblica», ha dichiarato Renato Mazzoncini, amministratore delegato di A2A.
Il cuore tecnico: 2 MW a prezzo fisso, il resto variabile
Il contratto, come ricostruito da Energia in Città, ha durata di otto anni e riguarda un volume stimato di circa 35 GWh all’anno, suddiviso in due componenti. La prima è una quota baseload pari a 2 MW costanti, acquistati a prezzo fisso con base d’asta a 90 €/MWh. La seconda è una quota residuale, complementare alla prima, legata a un prezzo variabile. Due megawatt costanti su base annua equivalgono a poco più di 17.500 MWh, circa la metà del volume complessivo previsto: la restante parte non ha un prezzo bloccato. Non si tratta di una normale fornitura a consumo, ma di una struttura che fissa il costo solo per un profilo di prelievo continuo, lasciando al mercato tutto ciò che eccede quella fascia.
La scelta di costruire il contratto a metà tra prezzo fisso e variabile non è casuale: una quota baseload fissa riduce l’esposizione alla volatilità su una parte prevedibile dei consumi, mentre la quota variabile evita di sovraccaricare il prezzo medio con la copertura di fabbisogni meno prevedibili. Resta la domanda: perché il Politecnico ha accettato una struttura che non mette al riparo l’intero volume?
La promessa e il limite: 100% rinnovabile, ma non tutta al riparo
Come osserva QualEnergia, quello del Politecnico è uno dei primi esempi concreti in Italia di utilizzo di un Power Purchase Agreement da parte di un ente pubblico come strumento di approvvigionamento, con l’obiettivo di aumentare la quota di energia rinnovabile consumata e ridurre l’esposizione alla volatilità dei mercati elettrici. L’energia arriverà dagli impianti di A2A nel Nord Italia e, secondo il comunicato, più della metà di quella messa a disposizione sarà prodotta da un parco fotovoltaico di nuova realizzazione. L’ateneo riceverà inoltre i certificati che attestano la provenienza rinnovabile dell’energia: il meccanismo dei PPA prevede che l’ente acquisti l’elettricità prodotta da un impianto specifico a un prezzo prestabilito e riceva i Certificati di Attribuzione di Energia (EAC).
La parte fissa, però, copre soltanto i 2 MW costanti della quota baseload. La quota residuale resta agganciata ai prezzi di mercato: se i prezzi all’ingrosso salgono, una parte rilevante della fornitura rimane esposta, perché il PPA fissa il prezzo solo per un profilo di prelievo continuo e non per l’intero fabbisogno. In altre parole, il Politecnico ottiene una copertura totale dal punto di vista dell’origine rinnovabile, ma non una copertura totale dal rischio prezzo. È questo il trade-off reale del contratto: il 100% green è una promessa di provenienza, mentre la stabilità di costo vale solo per circa metà del volume.
Quanto è replicabile per gli altri enti pubblici?
Se il limite del singolo contratto è la quota variabile, la questione diventa di scala. La domanda riferibile alle amministrazioni pubbliche italiane, come riporta RiEnergia, ammonta a 4,5 TWh, ai quali si aggiungono 6 TWh per l’illuminazione pubblica: un livello di fabbisogno che rappresenta circa il 3,5-4% della richiesta elettrica nazionale. Dal lato dell’offerta, A2A è il secondo operatore nazionale per capacità installata ed energia distribuita e ha in piano 23 miliardi di investimenti al 2035 orientati alla transizione energetica, all’innovazione e al rafforzamento dell’autonomia energetica del Paese. Lo spazio per altri PPA pubblici, in teoria, esiste. La domanda resta se gli enti abbiano la capacità tecnica di gestire contratti con una componente fissa e una variabile, senza trasformare il PPA in una semplice fornitura più complessa.
Il PPA del Politecnico è un precedente, non un modello automatico: per la pubblica amministrazione la strada verso l’energia rinnovabile a prezzo stabile passa dalla capacità di gestire contratti complessi, non solo dalla firma. Il primo passo è stato fatto; replicarlo in modo sensato richiede di saper leggere la quota variabile, non solo quella fissa.




