Il ddl 1836 è la delega tecnica che deve dare attuazione al regolamento europeo sulle emissioni di metano
Alle 12 dello scorso 28 luglio è scaduto il termine per la presentazione degli emendamenti al disegno di legge delega 1836, il testo su cattura del carbonio, idrogeno ed emissioni di metano. In commissione Ambiente del Senato, a mezzogiorno di quel martedì, il quadro emendativo si è chiuso con un dato che dice più di molte analisi: degli emendamenti presentati, solo una manciata porta la firma dei gruppi di maggioranza. Tra questi, segnalava la Staffetta Quotidiana a inizio agosto, figurano l’1.43 e l’1.44 del leghista Sigismondi. Poco, per un testo chiamato a dare corpo tecnico a un regolamento europeo.
Il paradosso del DDL 1836 sta tutto qui: la delega dovrebbe costruire l’architrave normativa di tre settori — metano, idrogeno e CCS — e invece, a fine luglio, avanzava in commissione con un corredo emendativo ridotto al minimo. Prima di misurare il ritardo, però, conviene capire che cosa dovrebbe atterrare.
La messa a terra del regolamento: autorità, sanzioni e idrogeno
Il DDL 1836 non è un manifesto sulla transizione: è un atto di delega tecnica. In esame all’8ª Commissione del Senato, il testo deve designare le autorità nazionali competenti per l’attuazione del Regolamento UE 2024/1787 sulle emissioni di metano nel settore energetico e definirne il relativo quadro sanzionatorio. In pratica: chi controlla, con quali poteri, e quanto costa sforare.
A monte c’è lo schema di disegno di legge delega approvato dal Consiglio dei ministri su proposta del Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto: un provvedimento pensato per costruire un quadro legislativo in materia di carbon capture and storage, idrogeno e riduzione delle emissioni di metano nel settore energetico. La logica è lineare: senza un’autorità nazionale designata e senza sanzioni credibili, un regolamento comunitario resta lettera morta. Con la delega si affida al governo il compito di tradurre in diritto nazionale gli obblighi europei, articolo per articolo.
Il limite reale: una maggioranza con il lumicino
Il termine per la presentazione degli emendamenti al testo governativo era stato fissato per il 28 luglio: a mezzogiorno di quel martedì, il deposito si è chiuso e il quadro emendativo ha preso la sua forma definitiva. Eppure, a conti fatti, la maggioranza ha scelto il profilo basso. Dei testi depositati, solo una manciata è riconducibile ai gruppi che sostengono l’esecutivo; tra questi, appunto, l’1.43 e l’1.44 del leghista Sigismondi. Numeri che raccontano una delega che a fine luglio procedeva con il freno a mano, mentre il Regolamento UE 2024/1787 attendeva un quadro nazionale attuativo.
Il punto non è il singolo emendamento — l’1.43, l’1.44 — ma il segnale complessivo. Se il governo, per bocca dei suoi gruppi parlamentari, non spinge con proprie proposte, il percorso della delega rischia di consumarsi in un confronto a bassa intensità. A fine luglio, il cuore tecnico del provvedimento — la designazione delle autorità nazionali competenti e il quadro sanzionatorio — risultava affidato a un testo governativo sostenuto da una base emendativa molto sottile. È il crudo dato procedurale emerso a inizio agosto dalla ricostruzione della Staffetta: la delega che dovrebbe dare corpo al regolamento europeo viaggiava, per il momento, con il lumicino.
A che punto siamo davvero: la posizione dei 12 Stati membri
Mentre in Senato si contavano gli emendamenti, fuori dall’aula la partita si era già giocata a Bruxelles. La posizione presentata al Consiglio Energia dello scorso 26 giugno è stata portata da 12 Stati membri: oltre all’Italia, Austria, Belgio, Bulgaria, Cechia, Ungheria, Lituania, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Slovacchia e Svezia. Il 1° luglio, subito dopo, il ministro Urso l’ha rivendicata in un evento pubblico. Un allineamento più ampio di quello che il dibattito nazionale lasciava intravedere.
Il quadro, a inizio agosto, era questo: la delega italiana non viaggiava in un vuoto normativo. Fuori, una posizione europea condivisa da una dozzina di Stati membri; dentro, un iter parlamentare che a fine luglio procedeva con il lumicino. Per chi installerà o gestirà impianti CCS, a idrogeno o a metano, la differenza non la farà il singolo emendamento, ma la robustezza delle autorità nazionali e del quadro sanzionatorio. E l’Europa, su quel terreno, si era già mossa.




