La certificazione RFNBO è il passaporto per vendere idrogeno rinnovabile in UE

42%. È la quota di idrogeno industriale che l’Unione europea impone sia rinnovabile entro il 2030, secondo i target definiti dalla Commissione europea. Lo scorso 31 luglio, l’Hellesylt Hydrogen Hub ha ottenuto il timbro che mancava alla Norvegia per entrare in quel mercato: la certificazione RFNBO, rilasciata da ISCC, come si legge in l’annuncio di Norwegian Hydrogen.

Norvegia, il primo timbro in ritardo

Hellesylt è il primo sito di produzione di idrogeno certificato RFNBO in Norvegia, come confermato dallo stesso annuncio. Ma il primato norvegese arriva in ritardo rispetto ai vicini scandinavi. Già nel 2024, la struttura danese di Norwegian Hydrogen a Grøn Brint aveva ottenuto il primo certificato RFNBO rilasciato in tutto il settore, secondo quanto comunica ISCC. In quell’occasione, ISCC ha rilasciato il primo certificato ISCC RFNBO all’impianto di elettrolisi di Grøn Brint A/S, confermando a novembre 2024 che Grøn Brint era stata la prima struttura a riceverlo. Anche Lhyfe, in Francia, era già diventata il primo produttore francese a fornire idrogeno certificato RFNBO. Il fatto che la Norvegia arrivi solo ora può sorprendere, ma la certificazione non è una questione di capacità tecnologica: è la verifica documentale che l’idrogeno sia prodotto secondo le regole europee.

La gara dei certificati

Se un impianto norvegese arriva solo ora, non è per mancanza di tecnologia. Le regole europee hanno imposto un imbuto. Nel giugno 2023, la Commissione europea ha adottato due atti delegati per garantire che l’idrogeno sia prodotto da fonti rinnovabili e raggiunga almeno il 70% di risparmio di emissioni di gas serra. Quelle regole si applicano sia ai produttori nazionali sia ai produttori internazionali che esportano idrogeno rinnovabile nell’UE. La certificazione RFNBO, definita da Lhyfe come il nuovo standard stabilito dalla Commissione europea che garantisce i più alti standard ecologici per l’industria dell’idrogeno rinnovabile, è così diventata il passaporto commerciale per chi vuole vendere idrogeno verde nel mercato unico. Per un produttore, non avere la certificazione significa che il proprio idrogeno, anche se fisicamente identico, non può essere conteggiato come rinnovabile ai fini degli obblighi europei. A fine agosto 2025, anche Everfuel aveva ottenuto la certificazione ISCC-EU, ufficialmente riconosciuta come produzione di “True Green hydrogen”. I numeri della posta in gioco sono chiari: entro il 2030 l’idrogeno rinnovabile dovrà rappresentare almeno il 42% di tutto l’idrogeno utilizzato nell’industria, quota che salirà al 60% nel 2035.

Cosa dicono i contratti (non i comunicati)

Mentre i certificati fanno notizia, sono i contratti firmati in silenzio a indicare la direzione. Tra gli accordi già annunciati da Norwegian Hydrogen figurano: un contratto a lungo termine con MaserFrakt per la fornitura di idrogeno verde; la selezione di Norwegian Hydrogen come fornitore preferito di idrogeno verde liquido per due navi portacontainer SeaShuttle in costruzione, decisione comunicata lo scorso novembre 2025; e l’assegnazione a Worley Rosenberg del contratto FEED, con opzione per l’EPC, per il progetto RjukanLH2 da 35 MW. La scelta di Samskip riguarda due navi portacontainer attualmente in costruzione, un segmento dove l’idrogeno liquido è una delle opzioni tecniche in via di sviluppo. Il contratto con MaserFrakt punta a forniture di lungo periodo per il trasporto pesante. L’accordo con Worley Rosenberg per il FEED segnala che il progetto da 35 MW è entrato nella fase di ingegneria, non ancora in quella di costruzione. Nessuno di questi accordi è stato quantificato in volumi o in valore, e questo è il punto: finché i memorandum non si trasformano in ordini vincolanti, la partita resta aperta.

Il numero da tenere d’occhio non è quanti hub ottengono la certificazione RFNBO, ma se il 42% di idrogeno industriale rinnovabile si traduce in ordini reali. Hellesylt ha aperto una porta; ora bisogna vedere chi ci passa con i contratti.