La riduzione delle quote gratuite varia dal 6 al 50% in base all’efficienza misurata nel biennio 2021-2022

Lo scorso 29 giugno, nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea, è stato pubblicato il regolamento di esecuzione (UE) 2026/1412. È un testo di poche pagine, passato quasi inosservato fuori dalla cerchia degli addetti ai lavori, ma dentro quei numeri c’è una delle revisioni più selettive mai applicate all’allocazione gratuita delle quote di emissione. L’impianto normativo è quello dell’ETS dell’Unione, aggiornato per allinearsi all’obiettivo Fit for 55. E la cifra che sintetizza tutto è una forbice che va dal 6 al 50 per cento: è la riduzione applicata sui valori di riferimento nell’arco di vent’anni, estrapolata a partire dai dati di efficienza degli impianti nel 2021 e 2022.

La differenza tra perdere il 6 per cento delle quote gratuite e perderne la metà non è un dettaglio tecnico da nota a piè di pagina: è il nuovo crinale che separa gli impianti che hanno già investito in efficienza da quelli che si troveranno a dover comprare sul mercato una quota molto più ampia del proprio fabbisogno di CO₂. E il crinale, per la prima volta, non è disegnato su una media di settore morbida, ma sull’efficienza reale misurata in un biennio già concluso.

La forbice: dal 6 al 50 per cento in vent’anni

Il regolamento 2026/1412 fissa i nuovi parametri di riferimento per il periodo 2026‑2030, sostituendo quelli in vigore tra il 2021 e il 2025. La variazione nominale dei benchmark racconta solo una parte della storia. Quello che conta è il tasso di riduzione annuale estrapolato su vent’anni: un valore che, per regola, non può scendere sotto il 6 per cento né salire sopra il 50. Dentro questa banda, ogni benchmark si posiziona in base alla distanza tra la media delle migliori installazioni e il resto del parco industriale europeo.

Se un settore ha già compiuto un percorso di efficientamento spinto, il parametro si muove verso il basso della forbice: meno margine di taglio, meno quote perse. Se invece i dati 2021‑2022 mostrano una distanza ancora ampia tra la frontiera dell’efficienza e la media, il meccanismo di estrapolazione spinge il benchmark verso il 50 per cento di riduzione. È una divaricazione costruita dentro la metodologia, ed è la prima volta che l’ETS non si limita a fotografare uno stato, ma proietta un intero ventennio di decarbonizzazione implicita dentro cinque anni di allocazioni.

Perché la forbice è così ampia: dentro la nuova metodologia

Dietro quei numeri c’è un cambio di metodo introdotto dalla direttiva (UE) 2023/959, che ha modificato la direttiva 2003/87/CE per allineare il sistema ETS all’obiettivo di riduzione netta delle emissioni di almeno il 55 per cento entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990. Le modifiche del 2023 hanno reso necessari valori di riferimento più stringenti per il quinquennio 2026‑2030, e per calcolarli la Commissione ha scelto una strada diversa dal passato.

Il regolamento di esecuzione (UE) 2021/447, che copriva il periodo 2021‑2025, era ancora ancorato a un quadro metodologico in cui i punti di partenza per i tassi di riduzione annuali erano stati fissati dal regolamento delegato (UE) 2019/331, che a sua volta aveva sostituito la decisione 2011/278/UE, la quale aveva definito i 54 parametri di riferimento per il periodo 2013‑2020. Con il regolamento 2026/1412, invece, i nuovi benchmark si basano direttamente sull’efficienza media delle installazioni comunicata ai sensi dell’articolo 11 della direttiva per gli anni 2021 e 2022. Quei dati diventano la base per calcolare tassi di riduzione annuali su un orizzonte di quattordici anni, che vengono poi estrapolati a vent’anni proprio per generare la forbice tra il 6 e il 50 per cento.

In pratica, la Commissione ha preso la fotografia più recente disponibile — il biennio post‑pandemico, con tutte le sue discontinuità nei cicli produttivi — e l’ha usata come rampa di lancio per un percorso ventennale. Se un impianto era già vicino alla frontiera di efficienza in quel biennio, l’estrapolazione lo penalizza poco. Se invece stava ancora operando lontano dalla frontiera, il meccanismo amplifica la distanza e la traduce in una perdita di quote che può arrivare fino alla metà dell’assegnazione gratuita teorica. Non è una punizione: è un segnale di prezzo incorporato nella regolazione.

La conseguenza è che i benchmark 2026‑2030 non sono una semplice prosecuzione di quelli 2021‑2025. Sono uno strumento selettivo che accelera il disaccoppiamento tra chi ha già decarbonizzato e chi deve ancora farlo. E lo fa usando una base dati che non si potrà più correggere fino al prossimo ciclo di revisione.

Cosa cambia sul campo per chi gestisce un impianto

La pubblicazione in Gazzetta può sembrare un passaggio burocratico, ma per i responsabili di impianto i nuovi parametri sono un conto alla rovescia. Con un valore di benchmark che può scendere fino al 50 per cento in vent’anni, ogni tonnellata di CO₂ emessa sopra il nuovo riferimento si traduce in quote da acquistare sul mercato ETS, in un contesto in cui il prezzo del carbonio non mostra segnali di cedimento strutturale.

Per un impianto che si colloca nella parte alta della forbice, la scelta è binaria: accelerare gli investimenti in efficienza — sostituzione di forni, recupero termico, elettrificazione dei processi — oppure accettare un costo operativo crescente per l’acquisto di quote. La finestra per agire non arriva al 2030: arriva ai prossimi bilanci di esercizio, quando la simulazione delle allocazioni gratuite con i nuovi benchmark inizierà a pesare sui flussi di cassa attesi. Il 2026 è già qui, e chi non ha ancora misurato la propria distanza dalla frontiera di efficienza 2021‑2022 sta già viaggiando con un ritardo che si accumula a ogni ciclo di conformità.

I nuovi parametri non sono un aggiornamento cosmetico della regolazione ETS. Sono un acceleratore selettivo che costringe gli operatori a una scelta esplicita: investire oggi in efficienza, con tempi di ritorno che si accorciano man mano che il benchmark scende, oppure pagare le emissioni domani, quando il prezzo della CO₂ e la progressiva erosione delle quote gratuite avranno già ridisegnato la competitività relativa tra impianti. La forbice tra il 6 e il 50 per cento è la traduzione numerica di questa alternativa.