Centrale di Paks dal 1982 copre metà del fabbisogno; l’alternativa è importare a costi maggiori.

In piena estate, aprire la bolletta e chiedersi perché i prezzi ballano è diventato un esercizio comune. In Ungheria la risposta, quest’anno, è passata dal livello del Danubio. Secondo quanto riportato il 3 agosto, il primo ministro Peter Magyar ha annunciato il fermo totale della centrale nucleare di Paks, perché l’acqua del fiume era scesa a un livello che non consente di raffreddare i reattori.

L’impianto, costruito in epoca sovietica e dotato di quattro reattori, produce quasi la metà dell’elettricità dell’Ungheria: ha una potenza di 2 GW e copre il 40% dei consumi nazionali. I quattro reattori VVER-440, modello V-213 sono entrati in funzione tra il 1982 e il 1987. Il fermo totale, se confermato nei termini annunciati, sarebbe il primo in 44 anni di servizio. La domanda che molti si sono fatti in queste settimane di caldo è semplice: quanto costa davvero restare senza la principale fonte elettrica del Paese?

I numeri del conto: industria e famiglie

La risposta sta in tre cifre che circolano da inizio agosto. La compagnia energetica ungherese MOL ha ridotto il proprio fabbisogno elettrico di 65 megawattora, pari a una diminuzione del 40% rispetto al consumo normale. Non è un dettaglio tecnico: vuol dire che una grande impresa ha rinunciato a quattro consumi su dieci per alleggerire la rete, quando il caldo avrebbe spinto normalmente a consumare di più.

Sul fronte dei prezzi, il conto più pesante potrebbe arrivare dall’elettricità importata. Secondo Mark Radnai, vicepresidente del partito Tisza, l’aumento dei prezzi dell’energia acquistata all’estero potrebbe costare all’Ungheria tra 120 e 240 miliardi di fiorini, pari a 273–546 milioni di euro. Il primo ministro ha dichiarato che le famiglie sarebbero le ultime a subire restrizioni. È una rassicurazione importante, ma non elimina il costo complessivo: qualcuno, tra industrie e consumatori, dovrà assorbire il peso di una produzione elettrica che si ferma proprio quando servirebbe di più.

La siccità non conosce confini

Guardando oltre confine, il copione si ripete. Già nell’estate del 2003, le centrali nucleari francesi hanno dovuto ridurre temporaneamente la loro produzione di oltre sei gigawatt. Nelle ondate di calore di fine giugno e metà luglio 2026, la capacità massima disponibile delle centrali nucleari francesi è stata temporaneamente limitata da otto a nove gigawatt. Anche in Romania uno dei due reattori della centrale di Cernavoda, 160 chilometri a est di Bucarest, è stato spento a causa del basso livello dell’acqua. In Ungheria, prima del fermo totale, la centrale di Paks aveva ridotto il funzionamento a una sola delle quattro unità turbine.

Resta una domanda aperta: come si prepara un sistema elettrico a un futuro con fiumi sempre più bassi? I numeri raccolti in queste settimane dicono che il problema non è un incidente isolato: quando l’acqua scarseggia, le centrali si fermano o si ridimensionano, e i prezzi dell’import salgono. Per cittadini e imprese il segnale è concreto: l’elettricità non è garantita se l’acqua scarseggia, e i prossimi mesi richiederanno attenzione ai prezzi dell’import e alle abitudini di consumo, soprattutto nelle ore più calde.