Chiusura finanziaria da 8,4 miliardi con 23 banche basata su accordo trentennale di vendita con Air Products.
Già a giugno 2023, mentre il progetto NEOM Green Hydrogen entrava nella fase finale di costruzione e la messa in servizio iniziava con l’energizzazione, il dettaglio che faceva la differenza non era il record mondiale. Era il rapporto tra tre numeri: fino a 2,2 GW di energia solare, 1,6 GW di energia eolica e 600 tonnellate di idrogeno senza carbonio prodotte ogni giorno, con il traguardo fissato a fine 2026. Tre cifre che, lette insieme, spiegano meglio di qualsiasi aggettivo perché l’idrogeno verde sia prima di tutto un problema di ingegneria finanziaria oltre che di elettrolizzatori.
2,2 GW di sole e 1,6 GW di vento: la promessa tecnologica
I numeri dell’impianto dicono già molto sulla scala. Oltre 5,6 milioni di pannelli solari produrranno fino a 2,2 GW; più di 250 turbine eoliche genereranno altri 1,6 GW. Insieme, queste due fonti intermittenti devono alimentare la produzione di idrogeno senza carbonio, con un output previsto fino a 600 tonnellate al giorno. Il punto da tenere a mente è il rapporto tra capacità rinnovabile installata e produzione giornaliera: la taglia record dell’elettrolisi riposa su una base di generazione che, per sua natura, non è continua. La promessa tecnologica è concreta solo se il sistema sa gestire l’alternanza tra sole e vento dentro un impianto che non può permettersi troppe fermate.
Ma la scala record apre una domanda: chi paga 8,4 miliardi di dollari per un impianto che vive di contratti, non di mercato?
8,4 miliardi e 23 banche: il limite reale è l’offtake, non il megawatt
Già a maggio 2023, la chiusura finanziaria ha formalizzato il progetto come joint venture paritaria tra ACWA Power, Air Products e NEOM, con un investimento totale di 8,4 miliardi di dollari. Di questi, 6,1 miliardi arrivano da un finanziamento green non recourse concesso da 23 banche locali, regionali e internazionali, una quota che supera il 70% dell’investimento complessivo. Il dettaglio non recourse non è un ornamento: in questa struttura il rimborso dipende dai ricavi del progetto, non dai bilanci dei soci, e per le banche il primo elemento da verificare è il contratto di vendita dell’idrogeno. Non a caso, una cifra del genere è stata raccolta solo dopo che la struttura di offtake era chiara.
Qui il progetto smette di essere una storia di elettrolizzatori e diventa una storia di contratti. Come ha spiegato Wesam Al-Ghamdi, il progetto è ancorato ad accordi contrattuali a lungo termine piuttosto che all’esposizione al mercato spot. L’accordo trentennale con Air Products è il vero baricentro: isola l’impianto dalla volatilità del prezzo spot e, sempre nelle parole di Al-Ghamdi, sostiene la bancabilità dell’investimento su questa scala, riflettendo il peso della stabilità quando si mette in piedi un’infrastruttura dell’idrogeno che non ha precedenti commerciali. In altre parole, senza quel contratto trentennale i gigawatt rinnovabili non sarebbero bastati a far partire il progetto.
Il paradosso è tutto qui: la taglia dell’elettrolisi è meno vincolante dell’architettura contrattuale che la sostiene. Resta da vedere se questa struttura reggerà fino alla fine del 2026 e oltre, quando l’impianto dovrà produrre a regime giorno dopo giorno.
A che punto siamo davvero: il 90% che non basta
Se la finanza tiene, resta la parte più difficile: trasformare il cantiere in un impianto che produce ogni giorno. Già a giugno 2023 lo stato di avanzamento indicava il 90% di completamento complessivo della costruzione in tutti i siti, con gli asset di generazione rinnovabile — parco eolico, impianto solare e rete di trasmissione — attorno al 95%. Eppure il traguardo della produzione commerciale resta fissato a fine 2026, con l’obiettivo di risparmiare fino a 5 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno. La differenza tra un cantiere quasi finito e una produzione a regime non si misura in percentuali, ma in anni di commissioning. Vale la pena chiedersi cosa significhi gestire un impianto di questa scala quando i riflettori si spengono.
La vera partita dell’idrogeno verde non si gioca solo sui megawatt o sulle tonnellate, ma sulla capacità di trasformare un progetto record in un’operazione ripetibile. Chi installa e gestisce guarderà a NEOM non come a un’eccezione, ma come al banco di prova di un modello contrattuale e industriale da replicare altrove.




