La conversione a biocarburanti separa le raffinerie destinate a sopravvivere da quelle a rischio chiusura.
Un anno dopo che la Banca europea per gli investimenti ha destinato 500 milioni di euro alla raffineria di Livorno, il punto non è il petrolio che si spegne ma la molecola che si accende: HVO e HEFA-SPK. Da qui si capisce perché la raffineria europea si sta dividendo in due. Il settore della raffinazione europea attraversa una fase di riposizionamento strutturale, e non meramente congiunturale: la domanda di prodotti petroliferi tradizionali arretra per effetto dei guadagni di efficienza energetica, del minor utilizzo delle autovetture, dell’incremento delle quote di biocarburanti e, in prospettiva, dell’elettrificazione. Poco più di un anno fa, Eni ha ottenuto dalla BEI il finanziamento per convertire la raffineria di Livorno nella terza bioraffineria italiana, dopo Venezia e Gela, con produzione di HVO tramite la tecnologia proprietaria Ecofining.
Da idrocarburi a HVO/HEFA-SPK: il cuore tecnico della bioraffineria di Livorno
La conversione di Livorno non è una dismissione: è uno spostamento del target molecolare dell’impianto. Al posto dei prodotti petroliferi tradizionali, la raffineria viene orientata a produrre HVO, ottenuto da materie prime per biocarburanti; in altri siti europei, la stessa logica porta all’HEFA-SPK. Eni lo afferma in modo esplicito: sta convertendo la raffineria di Livorno in una bioraffineria, la terza in Italia dopo Venezia e Gela, usando la tecnologia Ecofining. Non si tratta di aggiungere una quota di rinnovabile alla carica fossile: la produzione di HVO via Ecofining riorienta l’intero sito, mantenendo in funzione la struttura ma cambiandone la chimica. I 500 milioni della BEI sono l’involucro finanziario; la partita vera è molecolare. Ma questa conversione non avviene nel vuoto: è la risposta a un declino europeo misurato in barili persi e raffinerie spente.
La raffineria europea si restringe: numeri che non lasciano scampo
Dalla chimica di Livorno all’aritmetica del continente. Secondo i dati di Argus Media, l’Europa ha perso circa 400.000 barili al giorno di capacità di raffinazione dall’inizio del 2024. Lo scorso ottobre, il bilancio delle chiusure indicava cinque raffinerie europee spente nel biennio precedente, tre delle quali da marzo. Non è una flessione congiunturale: le cause che spingono giù la domanda di prodotti tradizionali agiscono in modo permanente.
Allargando lo sguardo, la pressione non è solo europea. Secondo Wood Mackenzie, 101 delle 420 raffinerie globali sono a rischio di chiusura entro il 2035. È una selezione da cui non si sfugge: gli impianti più esposti alla domanda fossile e meno flessibili sulla chimica dei biocarburanti sono i primi a uscire dal perimetro. Il numero delle chiusure e la contrazione di capacità europea sono due facce della stessa medaglia: il mercato si ritira e gli operatori devono decidere in fretta come riposizionarsi. Davanti a queste cifre, la domanda per chi resta è se la conversione sia un’ancora di salvezza o solo un rinvio del problema.
Vincitori e vinti sul campo: il trade-off della conversione
Se il declino è strutturale, allora ogni impianto deve rispondere alla stessa domanda: convertire, co-processare o chiudere? Il monitoraggio di Argus conta circa 22 raffinerie europee che stanno co-processando materie prime per biocarburanti per produrre HVO e/o HEFA-SPK. Eni ha scelto la via della conversione totale a Livorno, con 500 milioni di euro di finanziamento BEI e una tecnologia proprietaria. Altri cinque impianti hanno chiuso nel biennio precedente. Il co-processing permette di entrare nella chimica dei biocarburanti senza ripensare l’intero sito, ma non elimina l’esposizione alla domanda tradizionale in calo; la conversione totale richiede capitale e competenze, come dimostra il caso livornese. Non c’è una risposta univoca, ma il movimento è chiaro: la chimica dei biocarburanti è il nuovo spartiacque. La conversione non è una scappatoia: è un filtro che separa chi sa gestire la chimica dei biocarburanti da chi resta con impianti tradizionali destinati a spegnersi.




