La mancanza di criteri comuni nei rapporti dei vigili del fuoco rende fragile il confronto tra paesi
La Slovenia brucia impianti fotovoltaici a un ritmo di circa 37 incendi per gigawatt all’anno. Nel Regno Unito, in Italia e in Svezia si viaggia tra 4 e 11. Un divario fino a nove volte superiore, che emerge da un confronto internazionale sui numeri degli incendi fotovoltaici diffuso a metà luglio. Perché? La risposta, come spesso accade quando i dati si fanno scomodi, dipende da cosa si sta guardando davvero.
Il quadro si ripete cambiando unità di misura. Se si contano gli incidenti per 100.000 impianti installati, la Slovenia registra circa 75 casi, mentre Regno Unito, Italia e Svezia si fermano tra 5 e 22. Numeri che collocano Lubiana in una posizione di outlier difficile da ignorare per chiunque si occupi di sicurezza degli impianti solari.
La Slovenia, un outlier difficile da ignorare
Non serve cercare un caso limite: i dati parlano da soli. L’attività di ricerca che ha prodotto questo confronto nasce proprio per esaminare gli incendi legati alle diverse configurazioni di impianti solari installati in Slovenia e altrove, come si legge nella descrizione del progetto ospitato sulla piattaforma FRISSBE. In altre parole, il punto di partenza non è un sospetto ma una fotografia: a parità di potenza installata, la Slovenia brucia più degli altri.
I dati svedesi, che pure si collocano nella fascia bassa del confronto, offrono un indizio tecnico che merita attenzione: nei loro rapporti, i cavi in corrente continua e i connettori risultano la fonte di accensione più frequentemente identificata. È un dettaglio che da solo non spiega il caso sloveno, ma suggerisce che le cause non si distribuiscono a caso: ci sono componenti che tornano più spesso, e su quelli andrebbe concentrata la manutenzione preventiva.
Ma un tasso fuori scala dice poco se non sappiamo quanto brucia davvero. Un incendio che si spegne dentro un quadro elettrico e uno che distrugge un edificio non pesano allo stesso modo nella statistica, eppure spesso finiscono nello stesso conteggio.
La realtà dei danni e il paradosso dei dati mancanti
Per capire se l’outlier sloveno è un problema tecnico o un effetto statistico, serve guardare alla gravità delle conseguenze. E qui il quadro si ridimensiona: circa il 68% degli incendi rimane confinato all’apparecchiatura fotovoltaica. Il 24% danneggia le superfici adiacenti. Solo nel 5% dei casi si verifica una propagazione significativa, e appena nel 3% l’edificio viene completamente distrutto. In sette casi su dieci, insomma, il danno resta dentro l’impianto.
Il paradosso arriva quando si prova a confrontare questi numeri tra paesi. Fino al 2023, gli incendi edilizi che coinvolgono sistemi di energia solare non venivano registrati in modo sistematico. Lo ha documentato la prima mappatura olandese realizzata da TNO, NIPV e NEN, presentata già nel novembre 2024, che ha trovato incendi rari ma scarsamente registrati, come si legge nel rapporto pubblicato da TNO. Il paradosso è tutto qui: se i danni gravi sono pochi, perché il confronto tra paesi resta poco affidabile? La risposta è nei rapporti dei vigili del fuoco. Ogni paese compila moduli con criteri propri, e se i denominatori non sono omogenei anche i numeratori diventano fragili.
Armonizzare i rapporti: l’anello mancante
Il nodo non è solo tecnico: è nella lingua con cui ogni paese racconta i propri incendi. L’armonizzazione dei parametri e della terminologia richiesti nei rapporti compilati dai vigili del fuoco dopo gli incidenti sarebbe estremamente utile per i confronti tra paesi, come ha osservato Nik Rus a inizio agosto. È una proposta tanto semplice quanto lontana dall’essere adottata: chi decide se e quando introdurre parametri comuni?
Il lettore resta con una domanda aperta: se nessuno armonizza i dati, quanto ancora dovremo aspettare prima di capire se i 37 incendi per gigawatt in Slovenia sono un’anomalia tecnica, normativa o solo statistica?




