Il premio medio dell’asta MACSE coincide con la stima ministeriale per il costo della nuova capacità al 2028
Tredicimila euro per megawattora-anno. È il premio medio con cui l’Italia ha acquistato i primi 10 GWh di accumulo nella prima asta MACSE e, come indica il programma temporale dei fabbisogni di accumulo del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, anche la stima del costo della nuova capacità al 2028. Un numero che fissa l’asticella più di qualsiasi annuncio: non un valore teorico di pianificazione, ma il livello a cui gli investitori hanno risposto sul mercato.
Il prezzo che fa da benchmark
Già il 10 ottobre 2024 l’Italia ha reso operativo il meccanismo di approvvigionamento di capacità di stoccaggio elettrico (MACSE), istituito con il decreto legislativo n. 210/2021. Lo schema vale 17,7 miliardi di euro ed è stato approvato dalla Commissione europea nell’ambito delle norme UE sugli aiuti di Stato: una cornice pensata per dare agli investitori la certezza dei ricavi su un orizzonte lungo.
Dentro questo quadro, il dato dei 13 mila euro ha un significato preciso. La cifra che il ministero usa per stimare il costo del nuovo accumulo coincide con il premio medio pagato nell’asta MACSE 2028. In pratica, il parametro di partenza della pianificazione e l’esito reale della gara si sono sovrapposti. Per chi deve finanziare un impianto, questa coincidenza conta più di qualsiasi dichiarazione: dice che i ricavi attesi possono reggere il confronto con i costi di investimento.
Il premio è espresso in euro per megawattora-anno, la stessa unità con cui il MASE stima il costo della nuova capacità. Averlo fissato a circa 13 mila euro fornisce al sistema un parametro di costo unico, ancorato a un esito d’asta reale e non a una proiezione: da qui in avanti, ogni nuovo progetto di accumulo può essere confrontato con questo riferimento.
Un’asta quattro volte più affollata del necessario
Se il prezzo è il benchmark, il primo banco di prova è stato l’esito dell’asta, conclusa a fine 2025. Tutti i 10 GWh di capacità messi a gara sono stati assegnati, coprendo quattro zone diverse del Sud Italia e delle isole, con offerte che superavano di un fattore quattro la capacità disponibile. Secondo Giuseppina Di Foggia, il volume di investimenti associato è di circa un miliardo di euro.
Il numero va letto in entrambe le direzioni. Da un lato, la gara ha riempito tutta la capacità prevista e ha portato in dote investimenti per circa un miliardo; dall’altro, un eccesso di offerta di quattro volte segnala che la domanda di progetti era molto più ampia di quella che il meccanismo ha saputo assorbire in questa prima finestra. Tradotto: il capitale c’è, ma la scala della prima asta è rimasta piccola rispetto all’interesse manifestato.
Il Regno Unito ha già alzato l’asticella
Il confronto più utile arriva da Londra. Già a dicembre 2025, il regolatore britannico Ofgem ha selezionato 16 progetti per il primo schema cap-and-floor destinato allo stoccaggio energetico di lunga durata: 7,6 GW complessivi, con durate che vanno da 8 a 22 ore. Mentre Roma consolida i primi 10 GWh, il Regno Unito ha messo in fila impianti capaci di coprire cicli lunghi, non solo batterie per l’arbitraggio infragiornaliero ma progetti pensati per spostare energia su orizzonti molto più estesi.
La prima asta MACSE ha dimostrato che il meccanismo sa attrarre capitali a un prezzo efficiente: 13 mila euro per megawattora-anno sono un costo accettabile per il sistema e un ricavo sufficiente per il mercato. Ma l’eccesso di offerta e il divario di scala e di durata con lo schema britannico lasciano aperta la domanda che conta davvero: quanta capacità di lungo termine servirà all’Italia, e con quali tempi per costruirla. La risposta non è solo tecnica: dipende da quanto il sistema elettrico italiano vorrà spostare la produzione rinnovabile oltre le ore di punta, e da quanto è disposto a pagare per farlo.




