Il calo del 2,8% segna la prima inversione dopo anni di crescita quasi lineare
118,4 terawattora nel 2024, 115,1 nel 2025. La differenza è di 3,3 TWh, un calo del 2,8% dell’energia immessa in rete prodotta da fonti rinnovabili. Non accadeva da anni: la quota di elettricità pulita che entra nel sistema elettrico nazionale ha invertito la rotta, segnando la prima contrazione dopo una lunga sequenza di incrementi. Il dato, relativo all’intero anno di produzione 2025, è stato diffuso nella giornata di oggi dal Gestore dei Servizi Energetici e merita di essere osservato con attenzione, non perché segni un fallimento, ma perché pone una domanda scomoda: la transizione energetica italiana sta rallentando proprio quando dovrebbe accelerare.
Il numero è asciutto, ma la sua traiettoria lo carica di significato. Fino al 2024 il settore aveva conosciuto una crescita quasi lineare: nuova capacità installata, condizioni meteo spesso favorevoli, un quadro regolatorio che spingeva sull’integrazione. Il 2025 ha rotto questa tendenza. È presto per attribuire il calo a una causa precisa — serviranno i rapporti completi su potenza installata, fattori di carico e ore di produzione per le singole tecnologie — ma il segnale è inequivocabile. Per la prima volta in anni recenti, il sistema ha immesso meno elettricità verde rispetto all’anno precedente. E lo ha fatto in un contesto in cui il consumo interno di energia elettrica non è crollato, il che esclude la spiegazione più comoda: la flessione non riflette un tracollo della domanda, ma un arretramento dell’offerta rinnovabile in termini assoluti.
Chi certifica il numero e perché quella certificazione è rilevante
C’è un paradosso in questa battuta d’arresto. Il 2025 è stato un anno in cui il dibattito pubblico e le dichiarazioni istituzionali hanno moltiplicato i riferimenti all’urgenza climatica, agli impegni del PNIEC, alla necessità di accelerare sulle autorizzazioni per i nuovi impianti. Eppure l’elettricità pulita effettivamente immessa nella rete nazionale è diminuita. Il paradosso non è una contraddizione logica: è la distanza tra la narrazione e la contabilità fisica dei flussi elettrici. Le due dimensioni possono coesistere — più progetti in pipeline, più capacità in attesa di allaccio, più potenza nominale autorizzata — mentre il dato consuntivo segna un passo indietro. Ma l’effetto comunicativo è dirompente, perché mette a nudo lo scarto tra aspirazioni e risultati misurati sui contatori.
Per interpretare correttamente il -2,8% bisogna evitare due errori opposti. Il primo è minimizzarlo come una pura fluttuazione statistica: 3,3 TWh sono una quantità di energia rilevante, equivalente al consumo annuo di circa un milione di famiglie italiane. Il secondo errore è caricarlo di un significato definitivo, trasformandolo nella prova che la transizione è in ritirata. Un singolo anno non fa una tendenza e le variabili in gioco sono numerose: idrologia, ventosità, irraggiamento, fermi per manutenzione, ritardi nelle connessioni, saturazione delle aree con maggiore disponibilità di risorse. Il dato del 2025 è un campanello d’allarme, non un verdetto.
2026: l’anno che farà la differenza
Il rapporto pubblicato oggi copre la produzione dell’anno passato, ma il pensiero corre già al 2026. Se il prossimo consuntivo mostrerà un rimbalzo oltre i 118,4 TWh del 2024, il calo attuale potrà essere archiviato come un incidente di percorso, magari legato a condizioni meteo avverse o a una temporanea contrazione dell’idroelettrico. Se invece il 2026 dovesse attestarsi su valori simili o inferiori ai 115,1 TWh del 2025, allora avremmo la conferma di un plateau che nessuno si può permettere. La traiettoria disegnata dal PNIEC richiede una crescita costante della produzione rinnovabile per centrare i target al 2030: due anni consecutivi di calo o stagnazione renderebbero quegli obiettivi matematicamente più distanti.
Chi osserva il mercato elettrico sa che il prezzo all’ingrosso, la potenza installata e l’energia effettivamente prodotta sono tre grandezze che non si muovono sempre insieme. Si può installare molta capacità senza che questa si traduca in maggiore generazione, ad esempio se i nuovi parchi eolici o fotovoltaici entrano in esercizio a fine anno o incontrano colli di bottiglia nella connessione. Si può avere un anno di prezzi bassi senza che la produzione rinnovabile cresca, perché il gas a basso costo o le importazioni spostano l’equilibrio. Il dato del GSE fotografa l’energia immessa, non la capacità disponibile né il prezzo: è la grandezza che racconta cosa è realmente accaduto nel sistema elettrico, al netto delle ipotesi.
La domanda chiave, ora, è se questo -2,8% rappresenta un episodio o l’inizio di una tendenza. La risposta arriverà con i prossimi numeri, e in particolare con il consuntivo 2026 che il GSE pubblicherà tra un anno esatto. Nel frattempo, il dato odierno ha il merito di riportare l’attenzione su ciò che conta: i terawattora misurati, non quelli annunciati. La transizione energetica non si giudica dalle slide, ma dai flussi che attraversano la rete. E per la prima volta dopo molto tempo, quei flussi hanno smesso di crescere.




