Un problema strutturale che pesa sulle bollette: quando la rete è satura, i produttori vengono pagati per spegnere gli impianti

C’è un paradosso che tutti paghiamo in bolletta: in Europa, circa 72 TWh di energia rinnovabile vengono sprecati ogni anno perché la rete non riesce a trasportarli. Come un rubinetto aperto mentre fuori piove. Secondo il Centro comune di ricerca della Commissione europea, è una quantità pari al fabbisogno annuo di elettricità dell’Austria, e le perdite potrebbero salire fino a 410 TWh all’anno entro il 2040. Non è un dettaglio tecnico: è un costo che finisce in bolletta, e per qualcuno è anche un’opportunità. All’inizio di agosto la startup olandese Ore Energy ha annunciato un finanziamento da 43 milioni di dollari per portare sul mercato una batteria che — almeno sulla carta — promette di trasformare lo spreco in riserva.

L’energia che paghiamo e non usiamo

I 72 TWh sono solo la punta dell’iceberg. Il Regno Unito, per esempio, ha già speso quasi 6 miliardi di sterline — circa 8 miliardi di dollari — dal 2011 per pagare i generatori rinnovabili affinché si spegnessero. In pratica: quando il vento soffia forte e la rete è satura, si paga chi produce energia pulita per fermarsi, perché in quel momento non c’è modo di trasportarla né di conservarla. Secondo il Centro comune di ricerca della Commissione europea, a causa dei colli di bottiglia della rete una quantità sostanziale di elettricità rinnovabile rischia di essere sprecata. Non è un incidente di percorso: è un problema strutturale, destinato a crescere man mano che si installano nuovi impianti.

Ma se l’energia c’è, e la rete non la porta, serve un serbatoio capace di aspettare giorni. Non ore: giorni. Qui entra una tecnologia che promette di farlo a costi mai visti.

Il serbatoio che respira aria

Serve un accumulo multi-giorno, ma non può costare come una batteria al litio. La risposta arriva da un metallo vecchio quanto la civiltà: il ferro. Il principio è sorprendentemente semplice — quando il ferro si ossida, arrugginisce, libera energia; per ricaricare la batteria si inverte il processo. Niente litio, niente cobalto, niente materiali critici che l’Europa fatica a procurarsi. Ore Energy, fondata nel 2023 come spin-off della TU Delft, ha progettato batterie in grado di immagazzinare energia rinnovabile fino a 100 ore, a un costo per unità di capacità energetica 10 volte inferiore rispetto alle batterie agli ioni di litio.

Il primo banco di prova è già in funzione: la prima batteria ferro-aria connessa alla rete è stata installata a maggio 2025 presso il Green Village della TU Delft, l’area test dell’università. Il progetto pilota è stato supportato dall’iniziativa StoRIES dell’Unione europea. In sostanza: un prototipo reale, collegato alla rete, che ha mostrato come si possa incassare energia quando ce n’è troppa e restituirla quando serve, anche a distanza di giorni. Per un cittadino il vantaggio è indiretto ma concreto: meno energia pulita buttata, meno spese per pagare chi viene costretto a spegnersi, meno bisogno di gas quando il vento cala.

Una corsa da miliardi (e un indizio da Dublino)

Se il ferro-aria era una promessa accademica, gli ordini e i capitali dicono altro. Ore Energy ha raccolto 43 milioni di dollari (38 milioni di euro) in un finanziamento di Serie A guidato da Plural e HV, con l’obiettivo di scalare la produzione delle sue batterie da 100 ore. Dall’altra parte dell’Atlantico, la concorrente statunitense Form Energy ha portato il suo portafoglio ordini da circa 20 gigawattora a 80 gigawattora di sistemi di batterie ferro-aria: un salto di quattro volte che racconta quanto il mercato abbia iniziato a prenderle sul serio. Le due aziende condividono la stessa chimica ferro-aria, la stessa durata di circa 100 ore e puntano entrambe a costi inferiori a 20 dollari per kWh.

Poi c’è un indizio che arriva da Dublino. Secondo Ember, la capitale irlandese ha di fatto una moratoria sulla costruzione di nuovi data center fino al 2028: la rete locale non regge la domanda aggiuntiva. I data center sono esattamente i luoghi che avranno bisogno di energia stabile e prevedibile, e lo stoccaggio multi-giorno potrebbe diventare la valvola che permette di farli convivere con le rinnovabili. Non è un caso che Ore Energy, nel suo annuncio, parli esplicitamente di energia rinnovabile di base per l’era dell’AI.

La prossima bolletta non lo dirà, ma parte dell’energia sprecata che oggi paghiamo ha già un indirizzo: batterie più lente ed economiche, pronte a incassare il vento quando c’è e a restituirlo quando serve. Restano domande aperte — se i costi scenderanno abbastanza in fretta, se la produzione riuscirà a scalare nei tempi giusti — ma il problema non è più se la tecnologia funziona. È dove verrà installata e chi muoverà per primo. La partita vera non è più tecnica, è logistica.