Cella da 1 cm²: 33,2% con ossido zinco-stagno, ma solo il 65% dopo 105 giorni all’aperto.

Il numero che ha fatto notizia, a giugno, è il 31,0%: efficienza certificata per un mini-modulo tandem perovskite-silicio senza indio su 207,9 cm², secondo i dati pubblicati su Oxford Materials Interface. Ma il numero che dovrebbe far riflettere è un altro: dopo 105 giorni di funzionamento all’aperto, gli stessi mini-moduli hanno mantenuto il 65% della loro efficienza iniziale massima. In poco più di tre mesi, un terzo dell’efficienza è già andato perso.

Per dare il senso del 31,0%, bisogna scendere di scala. Lo stesso gruppo di ricerca ha certificato il 33,6% per una cella tandem perovskite/silicio con RPD-SnOx come strato di ricombinazione; nella versione completamente senza indio, con RPD-SnOx usato sia come strato di ricombinazione sia come elettrodo, la cella da 1 cm² ha raggiunto il 33,2%. Sono efficienze da laboratorio, ma il mini-modulo da 207,9 cm² è la misura più vicina a un pannello reale.

Il record che non batte il record

Per capire la distanza dai primati assoluti, il termine di paragone è fermo a novembre 2023: allora LONGi ha ottenuto un’efficienza certificata NREL del 33,9%, superando il precedente record mondiale del 33,7% stabilito dal KAUST nel maggio dello stesso anno. Il 33,6% con strato di ricombinazione RPD-SnOx arriva a tre decimi di punto dal 33,9%; il 33,2% pienamente senza indio resta a sette decimi di punto. Ma il punto non è battere quel record. È che un modulo senza indio su 207,9 cm² ha ora un dato certificato, e questo conta più di qualche decimale per chi guarda a una produzione su larga scala.

I record assoluti di quasi tre anni fa restano validi come metri di confronto, ma misurano celle da laboratorio. Il 31% su mini-modulo sposta la discussione su una superficie più ampia, dove le perdite di lavorazione e le disomogeneità contano. È lì che l’assenza di indio smette di essere una curiosità accademica e diventa una variabile industriale.

Cosa spiega il 33,2% (e il 65%)

La risposta tecnica è in un ossido di zinco-stagno depositato con un processo di deposizione al plasma reattivo a basso danno, indicato come RPD. Un team di ricerca internazionale ha fabbricato la cella tandem perovskite-silicio senza indio usando proprio questo processo, come riportato a metà luglio da pv magazine. Il materiale, chiamato RPD-SnOx, sostituisce l’indio nello strato di ricombinazione e, nella versione pienamente senza indio, anche negli elettrodi.

Il risultato è un’efficienza che ormai si gioca sui decimali con i migliori record, ma la stabilità resta il punto fragile. Lo dice il dato dei 105 giorni: il 65% di ritenzione non è ancora una soglia sufficiente per un prodotto che deve durare nel tempo. Non è il primo tentativo di fare a meno dell’indio. Già a fine 2025, un team guidato dal Fraunhofer ISE, con Stefaan De Wolf del KAUST, aveva pubblicato uno strato di ricombinazione indium-free per celle multigiunzione a perovskite basato su ossido di zinco-stagno spruzzato. La strada dell’indium-free è quindi più ampia, ma il nodo della stabilità all’aperto resta aperto.

E il retroterra industriale non manca: Oxford PV, nata nel 2010 come spin-off dal laboratorio del professor Henry Snaith all’Università di Oxford, è lì a ricordare che la perovskite-silicio non è soltanto ricerca accademica. Il passaggio dai decimali di efficienza ai mesi di esposizione all’aperto è esattamente il confine tra laboratorio e mercato.

Il prossimo numero da osservare

Dopo 105 giorni all’aperto, il 65% di ritenzione non è un dettaglio: è il banco di prova. La domanda da porsi non è se il 31,0% potrà salire ancora, ma se il 65% potrà salire, oppure se la degradazione è strutturale. Il prossimo dato da tenere d’occhio non è un nuovo primato di efficienza, ma la ritenzione a sei mesi e a un anno. Se il 65% non migliora, il 31% resterà una notizia di laboratorio, non un’indicazione per il mercato.