La proposta dell’Arera prevede un tetto al gas sul modello spagnolo, con costi già lievitati a 1,1 miliardi l’anno

Bruxelles non ha mai detto no all’articolo 6 del dl Bollette. Eppure quella norma è già defunta, schiacciata non da un veto formale ma dal nuovo quadro europeo sugli aiuti di Stato, che esclude esplicitamente i rimborsi degli oneri ETS. Al suo posto, l’Arera ha proposto ieri un tetto temporaneo al prezzo del gas modellato sull’esperienza iberica. Il dettaglio che pesa: la stima dei rimborsi, inizialmente contenuta, è già lievitata a 1,1 miliardi di euro l’anno.

La morte silenziosa dell’articolo 6

La Commissione europea non ha formalmente bocciato il meccanismo pensato per restituire ai consumatori elettrici il costo delle quote ETS. Ma il nuovo Middle East Temporary State Aid Framework, il Metsaf varato in primavera per gestire gli aiuti legati alla crisi energetica, rende quasi impossibile che l’articolo 6 sopravviva nella versione originale. Il motivo è semplice: quel quadro, come altri strumenti recenti, esclude esplicitamente i rimborsi degli oneri ETS dal novero delle misure ammissibili. Un paradosso amaro: Bruxelles non ha mai messo un veto formale, ma ha costruito un recinto normativo dentro il quale la norma italiana semplicemente non può entrare.

Già lo scorso maggio, quando il governo provava a difendere l’impianto originario, era chiaro che il Metsaf avrebbe chiuso ogni spazio. Oggi, a fine giugno, l’Arera prende atto di quella realtà e propone un’alternativa. Ma nel farlo cambia radicalmente la natura dell’intervento: non più una restituzione del costo del carbonio, bensì un controllo diretto del prezzo della materia prima.

Il conto sale: 1,1 miliardi per un modello iberico all’italiana

Dalle ceneri dell’articolo 6 spunta la proposta dell’Arera: non più un rimborso costruito come restituzione del costo ETS, ma un tetto temporaneo al prezzo del gas, sul modello del meccanismo adottato in Spagna e Portogallo. L’idea è semplice: calmierare il costo della materia prima per contenere le bollette. Il problema è che il conto è già salato, e sta lievitando.

La stima dei rimborsi per i costi di trasporto — il cosiddetto comma 2 — è passata dai 700 milioni previsti dal dossier parlamentare a 1,1 miliardi di euro l’anno. Un incremento di oltre il 50% che cambia radicalmente il perimetro della misura. Non solo: Icis ridimensiona l’impatto possibile dell’articolo 6: non peserà più di 12 euro/MWh. Resta comunque un onere che qualcuno dovrà coprire. La domanda inevasa è se quei soldi usciranno dalla fiscalità generale o si tradurranno in un aggravio per famiglie e imprese già alle prese con bollette energetiche tutt’altro che leggere.

Il paradosso è che l’articolo 6 era stato pensato per alleggerire le bollette restituendo ai clienti finali il costo delle quote ETS incorporate nel prezzo dell’elettricità. Ora, per aggirare i paletti europei, si trasforma in un intervento diretto sul prezzo del gas, che promette di essere più oneroso per le casse pubbliche. Se l’obiettivo era proteggere i consumatori senza pesare sul debito, la nuova stima da 1,1 miliardi suggerisce che il rimedio rischia di essere peggiore del male.

Il meccanismo iberico, nato in un contesto di emergenza, ha mostrato luci e ombre: ha protetto i consumatori ma ha anche distorto il mercato e richiesto compensazioni pubbliche ingenti. Calarlo in Italia, con un fabbisogno di rimborsi già a nove zeri, significa replicare un modello costoso in un Paese che non ha i margini di bilancio della Spagna e che sta già faticando a rispettare le raccomandazioni europee sui conti pubblici.

E ora? Il vincolo Ue e la via dell’elettrificazione

Mentre l’Italia rincorre un tetto temporaneo al gas, Bruxelles sta già disegnando un futuro completamente diverso. Alla fine di aprile, la Commissione europea ha approvato un nuovo quadro temporaneo per gli aiuti di Stato a carburanti, fertilizzanti ed elettricità, escludendo esplicitamente gli oneri ETS dalle misure consentite. Un segnale inequivocabile: la strada dei rimborsi del carbonio è chiusa, e chi prova a percorrerla finisce per aggirarla con strumenti più costosi e potenzialmente distorsivi.

Nello stesso intervento, la presidente Ursula von der Leyen ha proposto di utilizzare 95 miliardi di euro per l’elettrificazione. L’asse strategico è chiaro: invece di tamponare i prezzi delle fossili, l’Unione punta a spostare consumi e investimenti verso l’elettrico, riducendo strutturalmente l’esposizione alla volatilità del gas. In questo scenario, un tetto temporaneo al prezzo del gas — per quanto politicamente spendibile — rischia di apparire come l’ennesima misura difensiva che rinvia il momento in cui l’Italia dovrà allinearsi alla traiettoria europea.

I timori sui costi del nuovo tetto si scontrano con una visione comunitaria che sposta l’asse sull’elettrificazione di industrie e famiglie. La domanda resta: quanto durerà il tetto e, soprattutto, chi pagherà davvero quegli 1,1 miliardi? Se il governo sceglierà di finanziarli con nuova fiscalità, il peso ricadrà sui contribuenti, in un cortocircuito in cui si tassa per proteggere dalle bollette gonfiate proprio dai costi di un sistema energetico che Bruxelles vuole superare.

Riuscirà l’Italia a tenere il passo della transizione imposta da Bruxelles, o resterà intrappolata in costose misure tampone che scaricano sui contribuenti il prezzo di una politica energetica senza visione?