L’Italia rischia di mancare l’obiettivo PNIEC di 29 gigawatt, tra aste mal progettate e politiche industriali inefficaci

Il PNIEC fissava 131 gigawatt al 2030. Le proiezioni aggiornate, pubblicate in margine alla decisione del Consiglio di Stato sui terreni fotovoltaici, dicono che l’Italia arriverà a 101,9. Mancano 29 gigawatt: l’equivalente di un’obiezione che non si può più rimandare.

Non è la tecnologia a mancare. È il modo in cui lo Stato decide di comprarla. Il confronto tra Francia e Italia, in queste settimane, lo dimostra con precisione imbarazzante.

La Francia allunga il bonus mentre le fabbriche chiudono

Parigi ha esteso di tre anni il credito d’imposta C3IV per la cleantech industry. L’estensione dovrebbe rappresentare un investimento industriale di circa 8 miliardi di euro e creare 20.000 posti di lavoro diretti.

Ma intanto Carbon a Fos-sur-Mer ha abbandonato a maggio 2026 la fabbrica integrata da 5 GW. Le attività produttive di Photowatt a Bourgoin-Jallieu erano già state chiuse da EDF Renewables nel gennaio 2025. E la liquidazione di Systovi è arrivata nell’aprile 2024, senza acquirenti.

Tre fallimenti, un credito d’imposta che resta. Il design, non i soldi, è la variabile che decide.

Lo studio accademico e l’arte di dire no

In Italia intanto lo studio accademico sulle rinnovabili e i prezzi delle bollette arriva a una conclusione netta: l’Italia non raggiungerà gli obiettivi al 2030. I due esperti non usano giri di parole. Il problema non è il costo del denaro, ma il disegno delle aste.

Primo: i prezzi massimi restrittivi fissati per l’eolico onshore limitano gli investimenti e possono ritardare la diversificazione oltre il solare. I massimali bassi frenano la partecipazione degli investitori e rallentano l’espansione.

Secondo: per ottenere risultati consistenti serve un disegno d’asta attraente rispetto ai costi tecnologici, con massimali non vincolanti in termini reali e un ambiente normativo che non penalizzi gli investimenti tra le zone. Terzo: l’attuale architettura CfD italiana introduce inefficienze allocative.

Poi lo studio si sposta sulle bollette. I risultati del paper suggeriscono che l’intervento pubblico non deve necessariamente farle aumentare, se i parametri d’asta vengono ricalibrati in base alle condizioni di mercato.

Oggi non lo si fa mai abbastanza.

E infine la questione strutturale: le gare non neutrali tecnologicamente e i coefficienti di localizzazione spostano la capacità verso tecnologie meno integrate e siti a rendimento inferiore. Per inseguire risparmi di breve periodo ed equità regionale, si rinuncia al minor costo totale del sistema.

Poi c’è l’avvertimento più duro: una volta garantito un volume critico di produzione nei CfD, la reversibilità delle politiche diventa limitata. Si resta bloccati in un progetto poco performante. E non c’è una via d’uscita semplice.

Chi resta a pagare

La tesi di fondo è questa: l’intervento pubblico non deve alzare le bollette per definizione. Ma oggi lo fa male.

In Francia, il tax credit allunga la vita a un modello che non ha impedito tre fallimenti. In Italia, le aste CfD sono costruite per spendere poco, non per installare tanto. Le imprese si allontanano, i siti diventano meno efficienti, e i consumatori pagano comunque.

Il 2030 non aspetta i ricalcoli.

Resta una domanda aperta: se i soldi non bastano, chi avrà il coraggio di riscrivere le regole?