Il finanziamento pubblico copre 126 milioni dei costi iniziali, più del doppio dei 60 milioni investiti dai privati nella società
La scommessa dei 6 GW
Il punto di partenza è un numero tondo e ambizioso: quasi 6 GW entro il 2040, l’obiettivo con cui la Francia vuole diventare leader mondiale dell’eolico galleggiante, come riportato a giugno da offshorewind.biz. Va chiarito subito che cosa significa: 6 GW è potenza installata, non energia prodotta. La produzione effettiva dipenderà dal vento del Mediterraneo e dal fattore di capacità degli impianti, che nell’eolico offshore è più alto che a terra ma comunque lontano dal funzionare a piena potenza per tutte le ore dell’anno. Sei gigawatt è un obiettivo di capacità, non una promessa di erogazione continua.
Dentro questo quadro si inserisce l’accordo annunciato a fine luglio: una partnership paritaria tra BW Ideol e NGE per la fornitura di oltre 200 fondazioni galleggianti tra il 2030 e il 2037. Duecento fondazioni distribuite su otto anni: circa 25-30 unità all’anno. È un ritmo da produzione seriale, non da laboratorio. Se l’obiettivo dei 6 GW dovesse essere raggiunto con questa scala, la quota coperta da Fos-sur-Mer non è secondaria. Ma chi paga per una scommessa del genere?
Il conto pubblico-privato
La risposta è in tre numeri. Il primo arriva da lontano: già nel febbraio 2021, BW Offshore investì 60 milioni di euro in Ideol S.A., creando BW Ideol, come comunicato all’epoca da BW Offshore. Oltre cinque anni dopo, quella società è il soggetto industriale dell’accordo con NGE: il capitale privato ha acceso il motore, ma non è bastato a portarlo a regime.
Il secondo numero è più recente. Il progetto è stato selezionato dalla Commissione europea per la preparazione dell’accordo di sovvenzione da parte del Fondo per l’Innovazione: fino a 74 milioni di euro, secondo BW Ideol. Il terzo chiude il cerchio: sommando la sovvenzione europea e il credito d’imposta C3IV, il finanziamento pubblico totale garantito arriva a 126 milioni di euro.
Il confronto è netto: 60 milioni di capitale privato contro 126 milioni di risorse pubbliche. La leva è superiore a due a uno. Per un impianto che deve produrre per otto anni consecutivi, il messaggio implicito è che lo Stato — europeo e francese — assorbe una quota rilevante del rischio di avvio. È una scelta di politica industriale: senza questi strumenti, il costo del capitale per una filiera ancora in formazione sarebbe difficilmente sostenibile. I soldi però non saldano l’acciaio: servono cantieri, maestranze e un territorio che accetti la conversione.
Da petrolio a vento: la partita di Fos-sur-Mer
E infatti il cuore produttivo è un impianto che fino a poco tempo fa lavorava per il petrolio. Le fondazioni WindFloat T sono state fabbricate nel cantiere di Eiffage Métal a Fos-sur-Mer, convertito da impianto di produzione oil & gas a hub eolico galleggiante. Non è un dettaglio simbolico: è la prova fisica che la riconversione delle competenze esiste già, con cantieri e maestranze impiegati sul campo.
La timeline industriale della partnership BW Ideol–NGE si estende dal 2030 al 2037. Otto anni, oltre 200 fondazioni, una media di circa 25-30 unità all’anno. È un ritmo da linea di produzione, con vincoli di qualità e logistica che in un cantiere navale non si improvvisano. La variabile da monitorare non è tanto l’annuncio, quanto la cadenza effettiva delle consegne.
La Francia ha acceso la miccia: il numero da tenere d’occhio non sono i gigawatt annunciati, ma le fondazioni effettivamente consegnate da Fos-sur-Mer ogni anno fino al 2037. La domanda non è se la Francia ce la farà, ma se riuscirà a tenere il ritmo.




