Un progetto da 330 milioni di sterline che punta a sostituire tutte le 215 pale esistenti con macchine di nuova
91 turbine in meno, ma il doppio della potenza: a Whitelee sta per nascere un paradosso energetico che ridefinirà il futuro dell’eolico in Gran Bretagna. Lo scorso 22 luglio, ScottishPower ha annunciato il piano di ripotenziamento del più grande parco eolico onshore del Regno Unito. L’obiettivo è raddoppiare la capacità attuale, portandola a 1 gigawatt (GW), abbastanza per alimentare l’equivalente di 650 mila abitazioni.
Il progetto, ancora in fase di consultazione pubblica e soggetto ad autorizzazioni, segna un cambio di passo per l’intero settore. Non si tratta solo di aumentare la produzione di elettricità dal vento: Whitelee incarna una tesi che gli analisti seguono da tempo — il vero potenziale dell’eolico onshore britannico non è tanto nel presidiare nuovi terreni, quanto nel sostituire con intelligenza le macchine già installate, in siti ventosi, già collegati alla rete e ormai a fine vita tecnica.
Meno pale, più potenza
Il parco eolico di Whitelee, sulle colline a sud di Glasgow, ha una storia che aiuta a capire la portata dell’operazione. Quando la prima fase entrò in funzione, nel 2008, era il più grande impianto eolico onshore d’Europa. L’inaugurazione ufficiale, come ricorda la BBC, arrivò l’anno successivo con l’allora primo ministro scozzese Alex Salmond. All’epoca le turbine erano 140; due ampliamenti successivi le hanno portate a 215. Oggi, però, ScottishPower vuole ridurle di 91 unità. Il numero esatto delle macchine finali non è stato ancora comunicato, ma il risultato atteso è un impianto con meno pale e una capacità che raddoppia: dagli attuali circa 500 MW a 1.000 MW.
Dietro questo apparente paradosso c’è un salto tecnologico. Le turbine di nuova generazione sono più alte, con pale più lunghe e generatori molto più efficienti: una singola macchina moderna può produrre più energia di diverse turbine di vecchia concezione messe insieme. Sulle colline di Whitelee, dove il vento soffia con intensità e regolarità, questo si traduce in un guadagno netto di energia prodotta. Secondo ScottishPower Renewables, il nuovo impianto potrà alimentare circa 650 mila case, circa 300 mila in più rispetto alla capacità attuale, che si stima intorno alle 350 mila abitazioni. È un incremento di potenza che non richiede nuovo consumo di suolo, ma solo la sostituzione delle macchine esistenti.
La ricetta del raddoppio
Il repowering di Whitelee non è solo una questione di megawatt. C’è anche un aspetto economico di rilievo. Secondo ScottishPower Renewables, il progetto genererà 330 milioni di sterline di valore aggiunto lordo (GVA) per l’economia scozzese nell’arco del decennio di sviluppo e costruzione. Una cifra che include cantieristica, logistica, manutenzione e indotto, e che dà la misura di quanto il repowering possa diventare un mercato a sé, con ricadute occupazionali e industriali diverse da quelle di un parco ex novo.
C’è poi il nodo del riciclo. La BBC ha ricordato che Whitelee sarà il più grande parco eolico a vedere sostituite tutte le sue turbine e che, stando a ScottishPower, il 99% dei materiali sarà riciclato. Pale, torri, componenti elettriche: la capacità di recuperare materiali compositi e metalli su questa scala è un test per l’intera filiera. Fino a pochi anni fa lo smaltimento delle pale era uno degli argomenti più utilizzati dai critici dell’eolico; un tasso di riciclo del 99% su un progetto di queste dimensioni potrebbe cambiare i termini del dibattito.
Al momento, 32 progetti di repowering in Gran Bretagna hanno già permesso di aggiungere 156 MW, sostituendo turbine più vecchie e piccole con macchine moderne ed efficienti. È un dato che segnala la maturità del fenomeno, ma si tratta perlopiù di interventi su scala contenuta, con incrementi di potenza modesti. Whitelee capovolge la prospettiva: parliamo di un guadagno netto nell’ordine dei 500 MW, tutto su un singolo parco. Se il progetto verrà realizzato, sarà il più grande intervento di repowering mai tentato su un impianto eolico onshore, con la sostituzione di tutte le turbine esistenti e un tasso di riciclo che l’azienda stima al 99%.
E dopo Whitelee?
I numeri del repowering in Gran Bretagna raccontano una storia più ampia di quella di un singolo parco, per quanto simbolico. La pipeline di repowering esistente, secondo un’analisi di Regen, potrebbe aggiungere fino a 690 MW entro il 2035, scalando a 2,5 GW entro il 2040 e fino a 6 GW entro il 2050. Sono cifre che, sommate, equivalgono a sei volte la capacità che Whitelee avrà dopo l’intervento. E sono proiezioni che si basano su progetti già in fase di valutazione o di primo sviluppo, non su semplici auspici.
Il salto di scala portato da Whitelee — mezzo gigawatt in più su un unico sito, non qualche decina di megawatt — potrebbe fare da apripista. Molti grandi parchi eolici realizzati nel Regno Unito tra gli anni Duemila e il primo decennio di questo secolo stanno arrivando a fine vita utile, e si trovano in aree ventose già collegate alla rete elettrica. Sostituire le turbine, invece di avviare nuovi iter autorizzativi su terreni vergini, è spesso la scelta più rapida e redditizia per aumentare la produzione di elettricità dal vento. E con percentuali di riciclo che arrivano al 99%, il profilo ambientale dell’operazione è molto diverso da quello di un nuovo impianto.
Entro il 2050, il repowering potrebbe valere 6 GW. Un numero da tenere d’occhio, perché è lì che si gioca la prossima partita dell’eolico britannico.




