Il meccanismo dei contratti per differenza garantisce ricavi fissi ai produttori, spostando il rischio sulle bollette dei cittadini
Lo scorso 15 luglio, la piattaforma di investimento Qualitas Energy ha annunciato di aver ottenuto un finanziamento non-recourse di 53 milioni di euro per un portafoglio solare greenfield da 117 MWp in Polonia. È una notizia che suona familiare: quel portafoglio, composto dai futuri impianti di Słoniawy e Końskie, era stato acquisito nel gennaio 2025 da ib vogt. Un anno e mezzo dopo, ecco la stessa cifra — 53 milioni — ma questa volta per costruire. Un cerchio che si chiude, o forse un sintomo di una dinamica più opaca che merita di essere smontata.
Il pacchetto, organizzato da CaixaBank e Bank Millennium, include un prestito a termine, strutture accessorie e uno swap su tassi d’interesse. I lavori dovrebbero concludersi nel 2027. Qualitas Energy, che in Polonia gestisce già oltre 600 MWp tra asset operativi e progetti in costruzione, rafforza così la sua presenza in un paese che resta tra i più dipendenti dal carbone d’Europa. Ma dietro le carte bollate e i comunicati stampa si nasconde un’architettura di sostegni pubblici che pochi conoscono e che, alla prova dei numeri, solleva più di un interrogativo su chi guadagna davvero e chi, alla fine, paga.
Il prezzo nascosto dei CfD
Per capire chi vince e chi perde, bisogna guardare dentro i contratti per differenza che sorreggono questi progetti. Secondo quanto riportato da fonti di settore, i due impianti di Słoniawy e Końskie riceveranno supporto alle entrate nell’ambito del sistema di contratti per differenza (CfD) della Polonia. È il meccanismo che garantisce al produttore un prezzo fisso per l’energia venduta: se il prezzo di mercato scende sotto una certa soglia, lo Stato (cioè i cittadini, attraverso le bollette) copre la differenza. Se sale sopra, il produttore rimborsa l’eccedenza. In teoria, un equilibrio. In pratica, uno scudo che trasforma i progetti solari in rendite poco sensibili ai rischi di mercato.
Il risultato è che il grosso del rischio viene socializzato. Le banche — CaixaBank e Bank Millennium in questo caso — prestano 53 milioni con la ragionevole certezza che i flussi di cassa siano blindati dai CfD. Qualitas Energy costruisce e incassa. I cittadini polacchi, intanto, finanziano la transizione due volte: con le bollette di oggi e con l’eventuale integrazione futura se i prezzi all’ingrosso resteranno bassi. Non è un’anomalia polacca: è il modello dominante in Europa. Ma in un paese dove il carbone copriva ancora circa il 70% della generazione elettrica fino a pochi anni fa, la contraddizione è più visibile.
Il nodo, semmai, è un altro: i numeri. Qualitas Energy non ha reso noto il prezzo di acquisto del portafoglio da ib vogt, ma il fatto che il finanziamento per la costruzione ammonti esattamente a 53 milioni di euro — la stessa cifra tonda che spesso caratterizza operazioni di questo tipo — suggerisce che il valore dell’investimento sia stato parametrato sui ricavi attesi dai CfD, non su una reale esposizione al mercato. E se i ricavi sono garantiti a monte, il costo del denaro scende, i margini salgono, e il cerchio si chiude proprio dove era partito: con una garanzia pubblica che fa da paracadute all’intera operazione. Ci si può chiedere quanto di quel margine resti in Polonia e quanto, invece, viaggi verso le casse di fondi con sede altrove.
Resta da chiedersi: cosa succederà quando i CfD scadranno e il mercato dovrà reggersi da solo? La Polonia ha già visto i prezzi dell’energia all’ingrosso calare sensibilmente nelle ore di sole, erodendo la profittabilità degli impianti senza copertura. Un impianto costruito oggi con l’ombrello dei CfD potrebbe trovarsi, tra quindici o vent’anni, a competere in uno scenario molto diverso, con costi di gestione da coprire e senza più il prezzo garantito. Qualcuno dovrà farsi carico del disallineamento. E non è detto che siano gli investitori.
La bolla del solare polacco
Non è solo Qualitas Energy: gli altri attori raccontano la stessa storia con cifre ancora più grandi. Già nel luglio 2024, GoldenPeaks Capital aveva ottenuto 109 milioni di euro dalla tedesca NORD/LB per due portafogli di progetti solari in Polonia, per un totale di 177 MW distribuiti su oltre cento impianti in varie fasi di costruzione, con entrata in esercizio prevista entro la fine del 2024. Anche in quel caso, la struttura finanziaria poggiava su contratti di lungo termine — nel caso specifico, un power purchase agreement con Google — ma il meccanismo di fondo resta lo stesso: ricavi prevedibili, rischio contenuto, debito abbondante.
E poi c’è R.Power, che negli ultimi dodici mesi ha raccolto complessivamente 150 milioni di euro. Numeri che, sommati, disegnano una corsa agli investimenti solari in Polonia che non ha eguali nella regione. Il paradosso è proprio questo: un paese storicamente legato al carbone sta diventando il terreno di caccia preferito dai fondi rinnovabili, non perché il mercato elettrico sia particolarmente redditizio di per sé, ma perché il sistema di sostegno pubblico lo rende artificialmente tale. È una transizione drogata, in senso tecnico, non ideologico: senza CfD, la gran parte di questi progetti non sarebbe bancabile.
La vera domanda, allora, non è se la Polonia raggiungerà i suoi obiettivi di capacità installata — li raggiungerà, perché i meccanismi di incentivo sono tarati per attrarre capitali. La vera domanda è se questa transizione sia indipendenza dal carbone o una nuova dipendenza dai sussidi. E se il conto, alla fine, non rischi di essere più salato del previsto per chi i sussidi li paga con le bollette.
La Polonia ha scelto la via dei contratti per differenza per decarbonizzare. Con tutti i limiti del caso, è una scelta legittima. Ma se il solare ha bisogno di un paracadute pubblico per volare, la transizione rischia di diventare una nuova dipendenza, con un conto che — a differenza dei rendimenti degli investitori — resta opaco e frammentato nelle bollette di milioni di famiglie. Fino a quando i CfD reggeranno, il castello starà in piedi. Poi, si vedrà.




