Nel conflitto Usa-Israele-Iran, il fotovoltaico ha coperto un quarto della domanda elettrica Ue a giugno.
146 milioni di euro al giorno. È quanto, stando ai calcoli di SolarPower Europe, il solare ha fatto risparmiare all’Unione Europea in importazioni di gas da quando il conflitto in Medio Oriente ha bloccato il traffico nello Stretto di Hormuz. Centoquarantasei milioni — la stessa cifra che la Francia, già nel suo bilancio 2025, destina ogni giorno alla propria difesa. Un paradosso secco che racconta tutta la tensione del momento: una guerra che fa impennare i prezzi dell’energia fossile, e una fonte priva di bandiere — il fotovoltaico — che copre il conto senza bisogno di petroliere né marine militari.
La morsa dello Stretto
Lo scorso marzo, la guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha chiuso la principale autostrada del greggio e del gas liquefatto: lo Stretto di Hormuz. Non una perturbazione temporanea, ma un taglio dritto alle rotte che alimentano i terminali europei. La reazione è stata immediata: i futures del gas hanno toccato 60 euro al megawattora, come riportato dalla stampa specializzata, riportando i governi del continente all’incubo della volatilità già vissuta nel 2022. Per l’Europa, è stato un altro conto alla rovescia: ricalcolare le scorte strategiche, misurare la capacità di rigassificazione, prepararsi a nuovi sostegni di bilancio mentre l’inflazione energetica tornava a mordere.
Ma mentre i ministeri aggiornavano i loro scenari, una fonte di energia non aveva bisogno di rotte marittime. I pannelli installati negli anni della prima crisi — tetti, campi, aree industriali — continuavano a lavorare, indifferenti a chi controllasse gli stretti.
Il conto del sole, il conto delle armi
I numeri che arrivano sono clamorosi: in 137 giorni, la flotta solare europea ha evitato 20 miliardi di euro di importazioni di gas, con una media di 146 milioni al giorno. Le cifre sono state diffuse a metà luglio da SolarPower Europe e fotografano un arco temporale che va dall’inizio della crisi fino a quel momento. L’associazione guidata da Walburga Hemetsberger la chiama «il secondo shock dei prezzi dei combustibili fossili» dopo quello del 2022: un’etichetta che implica responsabilità precise, perché due shock in quattro anni impongono una scelta — sopportare o cambiare assetto.
La domanda implicita nei dati non è tanto se il solare funzioni, ma quanto costi l’alternativa senza di esso. Confrontare 146 milioni di euro al giorno con i 143 milioni che la Francia ha stanziato già nel 2025 per la difesa — budget annuale di 52,3 miliardi — è un esercizio rozzo, perché sono voci di spesa diverse. Ma racconta qualcosa sulla gerarchia delle priorità: ogni giorno di sole ha prodotto un beneficio economico paragonabile all’impegno finanziario della principale potenza militare continentale, mentre i governi dibattevano su scorte comuni e fondi di emergenza per le bollette. Non è una coincidenza che proprio nel mese più caldo della crisi, giugno, il fotovoltaico sia diventato la prima fonte di elettricità dell’Unione: per la terza volta nella storia, dopo giugno 2025 e maggio 2026, ha coperto un quarto della domanda di corrente del blocco — 25%. Superando nucleare (21%), gas (15%), eolico (14%) e carbone (8%), come certificato dall’analista energetico Ember. Anche qui, niente retorica del record: è il segnale che una capacità distribuita, industriale, decentrata, ha retto lo shock mentre altre fonti — incluso il gas — diventavano ostaggio di canali strategici.
Eppure, se il sole ha già vinto la sua battaglia sui numeri di bilancio, la guerra per le priorità di investimento è appena iniziata. Perché il fotovoltaico non richiede solo pannelli: richiede reti, accumuli, flessibilità della domanda, un disegno di mercato che smetta di premiare la marginalità dei fossili. E su questo, la politica ha finora stanziato molto meno di quanto ha promesso, mentre le bozze delle prossime leggi di bilancio continuano a destinare decine di miliardi a infrastrutture energetiche convenzionali e a programmi di difesa. Il punto non è quanto il sole abbia risparmiato, ma se quei 20 miliardi resteranno una cifra isolata o diventeranno il parametro per valutare gli investimenti futuri.
La prossima crisi è già in agenda
Non è la prima volta, come ricorda Hemetsberger: è il secondo shock in quattro anni. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, in molti dissero che la cura stava nell’accelerare le rinnovabili; oggi, gli stessi governi discutono nuove piattaforme di acquisto congiunto di gas, terminali galleggianti e contratti di lungo termine con fornitori extra-europei. Ripeteremo lo schema — soccorso d’emergenza ai fossili, investimenti rinnovabili in coda — o useremo questo conto da 20 miliardi per ragionare su cosa significa davvero “sicurezza energetica”?
Se 146 milioni al giorno sono il prezzo della dipendenza, quanto siamo disposti a investire per non pagarlo più?




