Un tubo da 570 chilometri collegherà la raffineria di Corinto al confine bulgaro, dove l’idrogeno potrà raggiungere i distretti industriali

C’è un pezzo di Grecia che i turisti non vedono. Agioi Theodoroi, nel golfo di Corinto, è ciminiere e acciaio. Qui da decenni sorge la raffineria di Motor Oil, e qui si respira l’odore acre del greggio. Ora, proprio da questo lembo industriale, sta per partire un tubo di 570 chilometri che trasporterà la molecola su cui l’Europa ha puntato miliardi: l’idrogeno pulito. Il gasdotto – nome tecnico H2DRIA – non è solo un’opera di ingegneria. È la scommessa concreta di un continente che prova a smontare pezzo per pezzo la sua dipendenza dai combustibili fossili, offrendo alle imprese una via praticabile verso l’energia a basso costo variabile.

Dal petrolio all’idrogeno: la metamorfosi di Corinto

Il progetto prevede un tubo ad alta pressione dedicato all’idrogeno puro, che correrà parallelo alla rete di gas naturale già esistente. Il punto di partenza è inequivocabile: la raffineria di Agioi Theodoroi. Il punto d’arrivo è il confine bulgaro. Da lì, l’idrogeno potrà immettersi nel grande corridoio SEEHyC (South-East European Hydrogen Corridor), un asse di quasi tremila chilometri pensato per collegare le aree di approvvigionamento in Grecia e Bulgaria con i centri di domanda in Germania, passando per Romania, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca. Non è fantapolitica: l’Unione Europea ha già messo sul tavolo 5,4 milioni di euro tramite il Meccanismo per collegare l’Europa (CEF) per finanziare gli studi preparatori del gasdotto. Il progetto è stato selezionato nella prima lista dei Progetti di Interesse Comune e ripresentato nella seconda per ulteriori valutazioni.

La cifra che fa impressione è la portata. Il corridoio SEEHyC ambisce a trasportare fino a 80 gigawattora di idrogeno al giorno, equivalenti a circa 800.000 tonnellate metriche all’anno. Per dare un ordine di grandezza, è come se ogni giorno passasse in quei tubi l’energia sufficiente a coprire i consumi elettrici di una città di medie dimensioni. Ma il dettaglio più pratico per un’impresa è un altro: questo corridoio, in futuro, offre la possibilità di importare idrogeno anche dal Vicino e Medio Oriente. Significa che i prezzi non dipenderanno solo dalla produzione locale, ma potranno essere calmierati dalla concorrenza di aree dove l’elettricità rinnovabile costa pochissimo. La Grecia, da snodo del petrolio, si candida a diventare hub di una commodity industriale che non emette CO2. Resta una domanda: chi ha bisogno di tutta questa energia pulita?

La fame tedesca: 130 TWh entro il 2030

La risposta va cercata a Berlino, e più in generale nelle fabbriche della Germania. La previsione della domanda tedesca di idrogeno è un numero che da solo giustifica l’infrastruttura: fino a 130 TWh entro il 2030. Per contestualizzare, l’Italia intera consuma circa 300 TWh di elettricità all’anno. La Germania prevede di aver bisogno di quasi metà di quel fabbisogno solo in idrogeno, da usare per alimentare l’industria pesante – acciaierie, chimica, vetro – che non può essere elettrificata semplicemente attaccando una spina. Ecco perché il tubo che parte da Agioi Theodoroi non è un esperimento, ma una risposta a una commessa industriale che si annuncia colossale.

Proprio nel punto di partenza del gasdotto, intanto, si sta già producendo il carburante del futuro. Il progetto EPHYRA è un impianto di elettrolisi per la produzione di idrogeno rinnovabile, cofinanziato dall’UE e in corso da giugno 2023 fino a maggio 2028. Era stato progettato per 30 MW, ma ora viene realizzato con una capacità di 50 MW. È un dettaglio tecnico che dice molto sull’urgenza: se un’azienda come Motor Oil decide di aumentare del 66% la taglia di un impianto di elettrolisi, è perché qualcuno – o molti – hanno già detto che compreranno quell’idrogeno. L’impianto sorge all’interno della stessa raffineria di Corinto, in un cortocircuito simbolico: nello stesso luogo dove si continua a distillare benzina e gasolio, si comincia a separare l’idrogeno dall’acqua usando elettricità rinnovabile. Per le imprese italiane che stanno valutando se investire in tecnologie a idrogeno, il messaggio è chiaro: i volumi ci saranno, e i prezzi seguiranno la logica della scala. Più idrogeno passa nei tubi, più il costo unitario scende.

Il gestore greco DESFA ha lanciato una gara da 98 milioni di euro per la progettazione e la costruzione del gasdotto H2DRIA. L’appalto è partito lo scorso 30 luglio. I tempi sono quelli dell’industria pesante – non rapidissimi – ma il percorso sembra tracciato. L’idrogeno che arriverà in Bulgaria potrà proseguire verso il cuore manifatturiero d’Europa, inclusa l’Italia del Nord, agganciandosi alla rete di gasdotti esistenti riconvertiti.

La concorrenza: H2Med e la sfida spagnola

Attenzione, però: la Grecia non corre da sola. C’è un altro progetto che punta alla stessa torta, ed è il corridoio H2Med/BarMar, promosso da operatori spagnoli e francesi. A giugno 2025 ha raggiunto una tappa fondamentale con il lancio della società BarMar, un anno dopo la firma di un accordo di sviluppo congiunto. L’obiettivo dichiarato è ambizioso: coprire il 10% del consumo europeo di idrogeno entro il 2030. Tradotto: una quota di mercato importante, in competizione diretta con quella che potrebbe arrivare dal corridoio del Sud-Est.

Per chi usa l’idrogeno, tutto questo è una buona notizia. La presenza di due rotte alternative – una dalla Penisola Iberica, l’altra dal Mediterraneo orientale – riduce il rischio di strozzature e di impennate dei prezzi. Se il corridoio spagnolo dovesse incontrare ritardi o costi di trasporto più alti, il corridoio greco-bulgaro potrebbe diventare l’opzione di riserva, e viceversa. In ogni caso, la concorrenza spinge i gestori a tenere basse le tariffe di transito. Non è più un dibattito teorico tra sostenitori e scettici della transizione energetica. È un gasdotto che sta per essere appaltato, con tanto di capitolato e scadenze. Le imprese italiane che vogliono capire quanto pagheranno l’energia domani devono guardare a questi corridoi. Perché i prezzi futuri dell’idrogeno – e la competitività delle fabbriche europee – dipenderanno in buona parte da qui.