Lo studio di Catania e Aarhus propone di ribaltare il metodo: partire dalle sottostazioni elettriche esistenti, non dalle aree libere
Il restante 99,31% del territorio è, per vari gradi di vincolo, impraticabile per i nuovi pannelli. Non è la mancanza di sole a frenare lo sviluppo fotovoltaico sull’isola, ma un intrico di pianificazione centralizzata e criteri rigidi che, combinati, producono un deserto normativo proprio dove l’irraggiamento è più abbondante. È la fotografia scattata da due ricercatori, Carmelo Antonuccio del dipartimento di Fisica dell’Università degli Studi di Catania e George Xydis dell’università danese Aarhus University, in un paper in pubblicazione sulla rivista Next Sustainability e ripreso lo scorso 15 luglio da PV Magazine.
Lo 0,69% che spegne il sole siciliano
La percentuale è minima ma matematicamente sufficiente, almeno sulla carta, a soddisfare gli obiettivi energetici fissati per la regione. Il problema, notano Antonuccio e Xydis, è che quella quota è difficilmente sfruttabile nella pratica. La frammentazione dei terreni, la concorrenza con altri usi – dall’agricoltura alla tutela del paesaggio – e la rigidità delle maglie burocratiche fanno sì che i progetti concretamente realizzabili siano molti meno di quelli che basterebbe disegnare su una mappa. Il dato dello 0,69% somiglia a un miraggio: c’è, promette bene, ma appena ci si avvicina con i mezzi della progettazione reale rischia di dissolversi.
La questione è tutta qui: le stime su larga scala, quelle che vengono calcolate a tavolino sommando gli ettari non vincolati, si scontrano con una realtà fisica ed economica fatta di collegamenti da costruire, stazioni da potenziare e conflitti territoriali da risolvere. I due accademici usano una formula netta: i risultati ottenuti dimostrano quanto siano insignificanti le stime su larga scala, i cui esiti si scontrano con una realtà ben più complessa di quella considerata meccanicamente. Tradotto: non basta dire che c’è spazio, bisogna sapere se quello spazio può davvero trasformarsi in energia immessa in rete.
La rete dimenticata: perché le stime da tavolo falliscono
Se i numeri sembrano impraticabili, è perché stiamo guardando la mappa sbagliata. Il modello di pianificazione proposto da Antonuccio e Xydis ribalta la prospettiva: invece di partire dalle aree libere da vincoli paesaggistici o ambientali, parte dalle sottostazioni elettriche già esistenti. È un approccio che sposta l’attenzione dal territorio astratto alla rete elettrica reale. In questo modo, ogni ettaro potenzialmente idoneo viene soppesato in base alla distanza da un punto di connessione già attivo, ai costi di allaccio e alla capacità residua dell’infrastruttura.
Questo metodo mette in luce una frattura profonda nella strategia nazionale. Già a novembre 2025, con la pubblicazione del nuovo decreto, le Regioni sono state chiamate a individuare nuove aree idonee in un arco temporale stringente – 120 giorni – seguendo criteri rigidi. Una corsa contro il tempo che obbliga le amministrazioni a mappare i tetti, i terreni industriali dismessi e le aree marginali, spesso senza il tempo materiale per verificare, cabina elettrica per cabina elettrica, se quell’area potrà mai ospitare un impianto economicamente sostenibile. Si disegnano confini su una carta geografica, ma la vera partita si gioca su una carta elettrica, quella delle interconnessioni e delle portate.
Lo studio di Catania e Aarhus mostra che la differenza tra il “potenzialmente idoneo” e il “tecnicamente allacciabile” è il vero discrimine della transizione. Un terreno agricolo marginale, lontano decine di chilometri dalla prima sottostazione utile, richiederebbe opere di rete così costose da azzerare la redditività di qualunque impianto. E così la percentuale di territorio sfruttabile, già ridotta allo 0,69% dai vincoli di superficie, subisce un’ulteriore, silenziosa sforbiciata dai vincoli di rete. Il risultato è che molti dei progetti autorizzati o in via di autorizzazione rischiano di restare solo su carta, in attesa di un potenziamento infrastrutturale che segue logiche e tempi propri.
Terna, l’obbligo di allacciare tutto e la corsa contro il tempo
La risposta a questo cortocircuito è in larga parte nelle mani di Terna. Il gestore della rete è obbligato a connettere tutti gli enti che ne fanno richiesta, mantenendo la responsabilità diretta per la connessione in alta e altissima tensione degli impianti con capacità pari o superiore a 10 MW. Un obbligo sancito dalla legge, che trasforma Terna nell’arbitro finale di ogni progetto di taglia industriale sull’isola. Da qui a novembre, quando le scadenze amministrative per le Regioni si saranno chiuse, la pressione sul gestore per trasformare la carta in rame sarà altissima.
In questa partita, la trasparenza diventa un’arma a doppio taglio. L’azienda ha messo a punto il portale TE.R.R.A., uno strumento che promette di fornire un accesso rapido e dettagliato a tutti i dati e ai contenuti dei rapporti di monitoraggio delle procedure di connessione non solo al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) e ad ARERA, ma anche al Ministero della Cultura (MIC) e alle singole Regioni. L’obiettivo è avere una mappa costantemente aggiornata di quali impianti hanno chiesto l’allaccio, quali lo hanno ottenuto e quali sono in stallo. Per gli sviluppatori, questo significa che la competizione non sarà più solo sulla disponibilità di terreno, ma sulla velocità con cui si riesce a ottenere un via libera da un sistema di monitoraggio che ora coinvolge contemporaneamente enti locali, ministeri e autorità indipendenti.
Il paradosso è evidente: mentre le Regioni corrono per rispettare la scadenza dei 120 giorni per la mappatura delle aree idonee, la rete elettrica impone la sua geografia immutabile. La Sicilia, con il suo 0,69% di territorio formalmente disponibile e con i suoi nodi di connessione già sotto stress, si trova così al centro di un esperimento: può una pianificazione centralizzata, basata su criteri prevalentemente paesaggistici e amministrativi, tenere il passo con la realtà fisica della rete? Lo studio di Antonuccio e Xydis suggerisce di no, e propone un’inversione di metodo – prima la rete, poi i confini – che finora è rimasta inascoltata. Per i prossimi mesi, il vero termometro della transizione non sarà la percentuale di ettari dichiarati idonei dalle Regioni, ma il numero di richieste di connessione per impianti sopra i 10 MW che compariranno su quel portale. E, soprattutto, quante di quelle richieste riusciranno a non restare al palo.




