L’analisi di Ember su sette paesi Ue stima 25 GW di nuova capacità rinnovabile senza bisogno di nuovi elettrodotti

Le centrali idroelettriche europee che potrebbero ospitare pannelli solari o turbine eoliche funzionano in media soltanto al 19% della loro capacità massima. È un dato che da solo spiega perché l’ibridazione degli impianti esistenti stia attirando l’attenzione degli analisti: aggiungendo eolico e fotovoltaico a un bacino idroelettrico già allacciato alla rete, il tasso di utilizzo di quell’infrastruttura può salire rispettivamente al 36% e al 31%. A rivelarlo è un’analisi pubblicata nei giorni scorsi da Ember, che ha quantificato il potenziale tecnico di questa strada in sette paesi dell’Unione europea. Il numero complessivo è 25 GW: tanta nuova capacità rinnovabile che potrebbe entrare in esercizio senza costruire nuovi elettrodotti, senza aprire cantieri per linee ad alta tensione e senza aspettare anni nelle code di connessione.

Perché gli invasi sono il posto giusto per eolico e fotovoltaico

La logica tecnica è lineare. Una centrale idroelettrica ha già un punto di connessione alla rete, una cabina di trasformazione e, nei casi migliori, uno spazio fisico intorno al bacino o lungo le condotte dove posizionare moduli fotovoltaici o aerogeneratori. Quando il vento soffia o il sole picchia, l’elettricità prodotta da queste nuove fonti viaggia sullo stesso cavo che porta a valle l’energia della turbina idraulica. Nei momenti in cui la risorsa idrica è scarsa — e sono molti, se è vero che il fattore di carico medio di questi impianti si ferma al 19% — la potenza arriva dalle rinnovabili intermittenti. Quando invece l’acqua c’è, l’idroelettrico fa la sua parte.

I 25 GW stimati da Ember non sono un numero buttato lì. L’analisi prende in esame i sette paesi che da soli concentrano 93 dei 131 GW di capacità idroelettrica installata nell’Unione: Austria, Bulgaria, Francia, Italia, Portogallo, Romania e Spagna. Su questo perimetro, i tecnici hanno incrociato la taglia degli impianti esistenti con i vincoli ambientali e le superfici effettivamente disponibili, arrivando a concludere che lo spazio fisico e la capacità di rete già attiva basterebbero per assorbire quella quota di nuova generazione senza toccare un solo metro di cavo nuovo.

Solo due paesi hanno le regole: il collo di bottiglia è tutto lì

Se la tecnica è chiara, il panorama regolatorio è quasi un deserto. Tra i sette paesi analizzati, solo Portogallo e Spagna dispongono di una normativa pensata per i progetti ibridi. In Austria, Bulgaria, Francia, Italia e Romania mancano regole dedicate: chi volesse montare pannelli accanto a una diga non trova un percorso autorizzativo definito né una disciplina chiara su come ripartire la capacità di connessione tra le diverse fonti. Il risultato è che un’opportunità concreta rimane sulla carta.

E questo mentre la rete elettrica europea è già in affanno. Lo scorso aprile, la stessa Ember aveva segnalato che almeno 120 GW di progetti rinnovabili pianificati in Europa sono a rischio proprio per i vincoli di rete, e che metà dei paesi che comunicano dati sulla capacità di connessione non dispone dell’infrastruttura necessaria per accogliere nuova generazione. Il paradosso è che quattro dei sette giganti idroelettrici — Austria, Bulgaria, Portogallo e Romania — registrano già oggi zero disponibilità di rete per connettere nuova capacità. Solo dieci paesi dell’Unione, intanto, hanno quasi 700 GW tra eolico e solare bloccati nelle code di allaccio, secondo quanto ha ricostruito Ember incrociando i dati dei gestori di rete.

L’ibridazione, in questo scenario, non è una scorciatoia miracolosa ma un modo per usare ciò che già esiste con una densità di potenza più alta. Senza regole, però, quel 19% di utilizzo medio rischia di restare una condanna per gli impianti e un’occasione persa per chi sviluppa nuova capacità rinnovabile.

I pionieri: dove la capacità installata può già superare la connessione

Mentre la maggior parte dei paesi resta ferma, qualcuno ha già iniziato a scrivere le regole in modo pragmatico. Irlanda, Portogallo e Spagna consentono già che la capacità installata di un impianto superi la capacità di connessione contrattata. È un dettaglio tecnico-giuridico che cambia tutto per un operatore: significa che su uno stesso punto di allaccio da, poniamo, 100 MW, si possono installare 130 o 150 MW di potenza complessiva, sommando idroelettrico, eolico e solare, a patto che il gestore di rete accetti di gestire il profilo di immissione combinato. Nei fatti, si sfrutta il fatto che le tre fonti non producono quasi mai tutte al massimo nello stesso istante, e quindi la connessione esistente viene usata in modo più intenso ma senza superare i limiti fisici.

La forbice del potenziale resta però molto ampia. Secondo Ember, la quota di nuova capacità rinnovabile attesa in ciascun paese che potrebbe essere coperta dall’ibridazione delle centrali idroelettriche va dal 77% dell’Austria al 7% della Bulgaria. In mezzo ci sono tutte le sfumature di chi ha bacini grandi e tanta superficie disponibile e di chi invece parte da un parco idroelettrico più modesto o meno adatto all’integrazione con altre fonti. Ma la differenza vera, al di là dei numeri, la fa la regolamentazione: finché i governi non scrivono norme pensate per l’ibridazione, i 25 GW restano una promessa sospesa, e gli operatori continueranno a guardare quegli invasi come a un potenziale inespresso.