Il rilevamento geofisico durerà circa due mesi e precede la costruzione di un parco da 1,8 GW prevista non prima
Nel mare del Nord, a circa 120 chilometri a est di Stonehaven, un piccolo veicolo di superficie senza equipaggio (USV) ha cominciato a solcare le onde la scorsa settimana. Nessun cantiere, nessuna turbina, nessuna linea elettrica: l’unica attività visibile in quella porzione di oceano appartiene a un USV della società XOCEAN, che ha avviato un’indagine geofisica del potenziale corridoio del cavo di esportazione per il Bellrock Offshore Wind Farm. Sulla carta, il progetto promette 1,8 GW di potenza, fino a 132 turbine eoliche galleggianti e un investimento miliardario. Ma, come si impara presto nell’eolico offshore, la distanza tra l’annuncio e la posa della prima pietra si misura in anni, permessi e silenziose campagne di rilevamento.
Un gigawatt di silenzio
Un drone, una mappa del fondale, sessanta giorni di operazioni — il tempo previsto per l’indagine, secondo l’avviso ai naviganti, con la possibilità di estendere le attività fino al 30 novembre 2026 a causa del meteo. È tutto ciò che separa il Bellrock Offshore Wind Farm dall’essere l’ennesimo gigawatt di carta. Il sito non è una novità: la licenza era stata assegnata a Nadara nel round di leasing ScotWind del 2022, quattro anni fa. Da allora, la società veicolo Bellrock Offshore Wind Farm Limited ha depositato le domande di consenso ai sensi della Sezione 36 e di licenza marina ai ministri scozzesi all’inizio di quest’anno. Se i ministri daranno il via libera, il progetto passerà alla progettazione di dettaglio e a un ulteriore coinvolgimento della supply chain, con l’avvio dei cantieri immaginato non prima del 2031.
Nel frattempo, a occupare quel rettangolo di mare ci pensa il piccolo USV di XOCEAN. Secondo l’avviso ai naviganti, il veicolo è pilotato da remoto 24 ore su 24 e trasmette immagini in tempo reale e dati di consapevolezza situazionale via satellite per un monitoraggio costante. Centotrentadue turbine galleggianti, lontane 120 chilometri dalla costa, sono per ora solo un punto su una planimetria. Eppure, mentre l’indagine muove i primi passi, qualcuno ha già cominciato a trarre profitto da questa lunga attesa.
I vincitori del presente
A ben guardare, il progetto Bellrock non è affatto fermo. Nadara ha già ingaggiato una squadra di consulenti per disegnare la spina dorsale elettrica dell’impianto. La divisione consulenza di Aker Solutions, Entr, e Unitech Power Systems sono state incaricate di definire il concetto di trasmissione ad alto livello per il parco da 1,8 GW. Nessuna pala gira, nessun megawattora viene prodotto, ma i contratti di consulenza viaggiano spediti. È il paradosso dell’eolico galleggiante: l’immobilità delle turbine convive con il dinamismo di una filiera che si muove con largo anticipo. Chi fornisce le indagini — come XOCEAN —, chi modella i cavi, chi redige i piani di monitoraggio ambientale, sta già lavorando. Il denaro dei permessi e delle campagne preliminari scorre, anche se la costruzione è un orizzonte lontano.
Eppure, questo brulichio di attività non è un caso isolato. Il Bellrock è solo uno dei tanti progetti nati dal round ScotWind, e la competizione per arrivare primi al traguardo del 2031 è già iniziata.
La corsa a ostacoli verso il 2031
Basta guardare al vicino parco eolico Bowdun, sviluppato da Thistle Wind Partners, per capire che la rincorsa è reale. Lo scorso aprile, Geoquip Marine Operations e GEO Denmark hanno dato il via a una campagna di indagine geotecnica sul sito di Bowdun. Anche lì, l’obiettivo è lo stesso: arrivare alla fase di costruzione nel 2031. Due progetti, due campagne di rilevamento, lo stesso anno nel mirino. Cosa deciderà davvero il destino di queste turbine? Non certo la velocità con cui i droni mappano il fondale. La partita si gioca sui tempi delle autorizzazioni, sulle connessioni alla rete elettrica nazionale, sulla capacità del governo scozzese di trasformare le promesse di gigawatt in contratti per differenza e infrastrutture. E, naturalmente, sulla pazienza degli investitori.
La domanda resta sospesa: basteranno i rilevamenti geofisici per trasformare i gigawatt di carta in energia reale? O il vero ostacolo è ancora tutto politico?




